Anoressia: Isabelle Caro: -LA RAGAZZA CHE NON VOLEVA CRESCERE- Cairo Editore.
Recensione di Giovanna Lacedra del 11 maggio 09
11 maggio 2009, ore 18.00, Libreria Feltrinelli - Corso Buenos Aires, Milano:
ISABELLE CARO presenta il suo libro
“ LA RAGAZZA CHE NON VOLEVA CRESCERE: LA MIA BATTAGLIA CONTRO L’ANORESSIA”, Cairo Editore.
Arriva con la discrezione di chi si trova lì per caso.
Si accomoda indisturbante alla sua seggiola, quasi chiedendo permesso.
Lascia cadere la sua enorme borsa, dalla quale fuoriesce per metà la versione in lingua originale del suo libro: “ La petite fille qui ne voulait pas grossir.”
Le braccia filiformi, dagli ampi polsi sporgenti, sembrano caderle dietro, come nastri.
Si guarda intorno, scruta ogni angolo con sguardo interrogativo. Poi si adagia allo schienale.
Le braccia conserte, la riparano.
Le gambe accavallate, si stringono ogni istante di più in un intreccio di femori, ginocchia, polpacci e piedi. Come ad avvitarsi su se stesse.
Sorride.
Beve un sordo d’acqua, e con una voce docilmente sottile, prende a interloquire con la traduttrice, seduta lì già dapprima, e pronta ad accoglierla.
Pochi minuti ancora e la presentazione avrà inizio.
Quasi tutti i posti a sedere sono ormai occupati.
Io mi accomodo in prima fila. E la osservo.
I suoi occhi grandi, tracciati solo da una lieve linea di matita nera sulle palpebre, mi vengono addosso. Sono due pozzi immensi e spopolati. Sterminati su quel volto scarnito e spigoloso. Fatto solo di zigomi e lentiggini. E di dentini che di tanto in tanto sporgono a mordersi le labbra.
Forse è tesa. Forse ha paura.
Ogni anoressica sa di rendersi spettralmente visibile attraverso la sua dedizione all’invisibilità.
Se anche non l’avessi mai vista in foto, resterei comunque catturata dal suo aspetto.
La sua magrezza c’è, ed è ancora così spiazzant!
Ma non mi terrorizza.
Al contrario, mi commuove.
Mi commuove la tenacia con si attorciglia a se stessa. La tenacia di un’anima che vuole sopravvivere ad un corpo che avrebbe potuto abbandonarla. Si, mi commuove la tenacia di un’anima che ora vuole riappropriarsene. Perché quel corpo è la sua casa, e le è indispensabile per stare, come tutti, imperfettamente ma grandiosamente, nella vita.
Lei è qui per lottare. Contro il male che la stava spegnendo.
E ha scritto per gridare.
Il suo inno alla vita, sta oggi tutto in queste pagine.
Il suo inno, lo grida ora, vivendo. Affrontando gli sguardi della gente e rispondendo eventualmente alle domande. Isabelle si espone, non più soltanto attraverso un corpo ossuto, ma per mezzo della legittima confessione di una verità
Certo, ad alcuni fa ancora sgranare gli occhi. Lascia ancora alcune voci incapaci di commenti.
Isabelle è anoressica. Anche se sta pian piano recuperando peso.
Pubblicare un racconto autobiografico, non significa necessariamente esserne fuori. Significa però volerne uscire. Significa desiderare, finalmente, la vita. Più di qualsiasi altra cosa.
Desiderare la vita.
Quella vita che per troppo anni le è sembrata un luogo inaccessibile. Quella vita che ha creduto di non meritare, fino a non desiderare. Desiderarla ancora, a dispetto del dolore, a dispetto dell’abbandono. A dispetto di chi ha scelto di non amarla.
Isabelle oggi desidera la sua vita.
La vita: è stata questa la cosa che le ha fatto più paura.
La vita.
È proprio questa la cosa di cui una anoressica ha più fame. Ed è proprio per questa paura, e per questa fame ingovernabile di vivere, che una donna - un’adolescente e talvolta persino una bambina, poiché da qualche anno ormai nella clinica dei disturbi del comportamento alimentare, si parla di baby anoressiche - , finisce per ammalarsi di un disturbo del comportamento alimentare. Una patologia che resta oggi tra le prime cause di morte tra le malattie psichiatriche.
Ma non si gioca ad ammalare il proprio corpo, come in molti superficialmente pensano. Il dolore che sta dietro ad una simile autodevastazione è molto più radicato, irrappresentabile e fondo.
No. Non si gioca ad ammalare il proprio corpo. Ma si finisce per scegliere di demonizzarlo e
martirizzarlo, se paradossalmente la patologia diviene la sola cura, la sola soluzione all’incapacità di vivere.
Anoressia e Bulimia quasi sempre coesistono.
Si alternano, convivono. Umiliano ed affliggono un corpo colpevole di colpe altrui, o ancora di colpe inesistenti. Digiunare e ingozzarsi, sono due modalità per punirsi. Sono entrambe forme di violenza, inaudita, incomprensibile per chi non ne fa esperienza, ma sono entrambi modi per mandare al supplizio il proprio corpo, e attraverso esso, la propria anima.
Pesa poco più di 40 chili, oggi Isabelle Caro.
E in molti, forse in troppi, se la ricordano soltanto per quell’immagine impressionante e mostruosamente scheletrica nella sua nudità, che poco più di un paio d’anni fa creò fragorose polemiche attorno alla campagna pubblicitaria realizzata da Oliviero Toscani, e che la vedeva protagonista. Isabelle indossava 30 chili di pelle e ossa, allora.
Lo stesso Toscani, rispose alle critiche dicendo: “Io ho fatto, come sempre, un lavoro da reporter: ho testimoniato il corpo”.
Ma c’è chi non la pensa affatto così.
E comunque la stessa Isabelle, tornando indietro, forse non accetterebbe ancora quella proposta.
Sul cartellone pubblicitario troneggiava la scritta “No Anorexia”, e pur essendo stata approvata dal Ministro della Salute, Livia Turco, l’immagine aveva comunque shockato l’opinione pubblica.
C’era chi approvava, sostenendo che la violenza visiva di quel corpo nudo e necrofilo, giungeva dritto al cuore della gente, arrivando immediato come uno schiaffo alla sensibilità distratta dei più.
E c’era chi invece non condivideva affatto questo modo strumentalizzante di trattare la questione e segnalarne il dramma.
Tra coloro che con gran determinazione, bocciarono la campagna shock di Toscani, c’era la scrittrice e presidente fondatrice dell’ABA (Associazione per la lotta contro l’Anoressia e la Bulimia), Fabiola De Clercq, che questo pomeriggio siede accanto ad Isabelle, per presentarne il racconto.
Fabiola ha sofferto per lunghi, interminabili anni, di anoressia e di bulimia. Per lungo tempo ha pesato 26 chili, cambiando più terapeuti, fino a trovare quello giusto, capace di accompagnarla verso il recupero. Ed è stato allora che ha deciso di scrivere il suo primo racconto autobiografico, titolato “Tutto il pane del mondo”. Un libro che improvvisamente ha dato voce ad una malattia che venti anni fa affliggeva moltissime donne, in segreto e in vergogna. Perché non aveva un nome, e perché non ne veniva riconosciuta la gravità.
Dopo il successo del libro, la De Clercq (nel 1991) ha fondato questa associazione per la cura dei disturbi del comportamento alimentare con sede Centrale a Milano, in via Solforino, nei pressi di Brera.
L’ABA oggi conta ben 16 centri spalmati su tutta la penisola. Accoglie anoressiche, bulimiche, donne affette da binge-desorder, anime spaventate dalla vita. E le salva.
Di fronte alla campagna pubblicitaria di Toscani la De Clercq si è detta disgustata. E ha deciso di combatterla, immediatamente.“ In qualità di presidente dell’ABA mi sono sentita in dovere di scagliarmi contro questa iniziativa. La scelta del suo corpo nudo mi ha scandalizzata, ho visto in Isabelle una vittima strumentalizzata. Ho sollecitato il sindaco di Milano affinché facesse levare via tutti i manifesti dalla città. Ho parlato di omissione di soccorso, di fronte al suo corpo che aveva soltanto un’urgente bisogno di essere ospedalizzato e salvato. Ho ottenuto la censura dei manifesti nella città di Milano, ho dovuto scontrarmi con Oliviero Toscani persino in rai, e venendo attaccata, gli ho semplicemente risposto che… anche i geni possono sbagliare!”
Fabiola è qui, felice di presentare il libro scritto da Isabelle.
E prende la parola per prima.
“ Di anoressia si muore”, afferma ruvida.
“Sono diretta, lo so. Perché sono arrabbiata. Non si può permettere ad una malattia che si sceglie, di ucciderci. L’anoressia non è un tumore, non è aids, non è epatite B. Non agisce indipendentemente dalla nostra volontà. E’ una patologica mortale, sì. Ma uscirne o meno dipende da noi, soltanto da noi. Nessuno altro può fare questa scelta! Soltanto noi!”
Di anoressia si muore, dunque. Inaspettatamente. “Per arresto cardiaco o per blocco renale…e il corpo non avvisa…semplicemente, muore…senza darti il tempo di decidere…”.
Ma di anoressia lentamente, faticosamente, aggrappandosi alla vita con le unghie e con i denti, si
può comunque guarire.
È questo il messaggio di Fabiola De Clercq.
Lo stesso messaggio che il libro di Isabelle vuole veicolare.
La ex modella di Toscani dona la sua storia personale al pubblico. La offre in pasto alla gente. Perché si sappia che quel corpo era ed è l’effige di un dolore. Un dolore molto più articolato e abissale di una superficiale necessità di aderire ad asettici modelli da passerella.
Isabelle è nata da una relazione tra sua madre e un famoso artista francese, un uomo che l’ha subito
abbandonata, e che si è rifiutato di ripristinare ogni contatto, quando la figlia, avanti negli anni, è tornata a cercarlo.
Sua madre la voleva timida e raccolta. Voleva che sua figlia dipendesse da lei e che avesse sempre bisogno del suo accudimento. La bambina cresceva gracile e delicata e di questa sua gracilità la madre era fiera. La proteggeva, costringendola ad una vita ritirata, dove non esistevano le relazioni con coetanei. Isabelle era costretta a indossare scarpe e vestiti piccoli, non poteva uscire di casa e quando era costretta a farlo, la madre le avvolgeva intorno al viso, una sciarpa. Per renderla “invisibile”.
Un giorno riapparve il suo vero padre, lei aveva sette anni.
Lui era un musicista e la madre li spinse a partecipare insieme ad un video musicale. Quando la bambina lo vide capì tutto, e di quella strana giornata le rimase solo una fotografia di lui con un scritta sul retro: “questo è mio padre!”
Isabelle fa coincidere l'inizio della sua malattia con una giornata particolare in cui finse un mal di pancia per poter uscire di casa. In ospedale venne pesata, e quelle cifre dette ad alta voce dal medico disegnarono sul volto della madre un espressione di disappunto, che la spinse al digiuno: "Avrei fatto qualsiasi cosa per renderla felice, capii che per lei pesavo troppo. Così da quel giorno smisi di mangiare" .
“L’anoressia è sempre un appello”, spiega la De Clercq.
“Ci si rende invisibili pur di essere visti. Ci si rende filiformi perché chi ci ignora, ci noti. E si mette a repentaglio la propria vita, pur di ottenere l’amore di chi non ci ama.”
L’anoressia è una patologia che si sceglie ogni giorno, con ostinazione e con grande fatica.
Non è vero che un’anoressica non ha fame.
Al contrario: l’anoressica sceglie il digiuno, come fosse una cura. Lo sceglie, per tenere a bada la bestia affamata che le abita il cuore. Che ha fame di amore, di relazioni, di vita e anche di cibo.
Una fame smisurata e infinita. Che fa paura. E che va quindi controllata, arginata, anestetizzata.
“ E’ la logica del kamikaze” afferma Fabiola: “un vero e proprio suicidio, quando il fine giustifica i mezzi”.
“Accanto a mia madre c’era un altro uomo, che tentò entro i suoi limiti, di sopperire all’assenza di una figura paterna. Eppure quell’uomo presto ci abbandonò, in assoluta povertà. A mia madre restavo solo io e sentivo che non accettava di vedermi crescere. Per questa ragione, credo, convinsi me stessa di non avere nessuna intenzione di diventare grande””
Negli anni, crescendo e rifiutando di crescere, Isabelle ha cercato il suo vero padre ovunque, nonostante questi si facesse negare in ogni modo. Perché non l’aveva accettata? Perché non voleva amarla?
Addirittura, in seguito al gran chiasso che fece la campagna pubblicitaria di Oliviero Toscani, il padre, vedendola sui manifesti e riconoscendola, la cercò telefonicamente, dopo anni di silenzio, soltanto per dirle di non aspettarsi niente da lui, di non coinvolgerlo né cercarlo mai.
Parole strazianti. Fendenti. Devastanti.
Eppure quelle stesse parole hanno portato Isabelle al bivio: morire o reagire?
Il suo corpo mortifero era stato il suo ultimo appello al padre.
Ad un padre che pur vedendola così ridotta le aveva chiesto di non disturbarlo.
Paradossalmente quel rifiuto definitivo è diventato la resa per poter guarire.
“Anoressia e Bulimia sono dipendenze, allo stesso modo dell’alcol o delle droghe o del sesso smodato…dipendenze scelte per mettere a tacere un dolore troppo grande. Nascono nel soggetto come una cura” ribadisce la De Clercq, “ ma sotto queste patologie, dietro i sintomi sempre uguali tra loro, esistono le soggettività, esistono le storie personali, le impronte digitali che rendono ciascun dolore unico e imparagonabile. ..”
Quasi sempre, nella storia di un’anoressica-bulimica esiste la presenza di una madre che tende a porsi in relazione non con la figlia reale, ma con quella idealizzata. E allora, per rispondere a quell’ideale si sceglie la via di un perfezionismo ossessivo e malato, si tengono a bada i propri reali desideri, perché per ottenere l’amore e l’approvazione dell’altro, è indispensabile soddisfarne altri.
Isabelle è entrata in coma.
Si è accorta che la morte era davvero più vicina di quanto credesse.
Ha temuto di non potercela fare, e da quel momento ha deciso di lottare.
Dopo il coma ha aperto un blog, ed è stato lì che ha scoperto il potere terapeutico della scrittura.
Ha scritto della malattia e del disagio, ricevendo inaspettatamente migliaia di mail in risposta.
Ha preso a raccontarsi, e oggi i racconti frammentati in quel blog sono diventati un libro.
La sua storia ora è tra le pagine. Il suo dolore è scritto.
E l’esercizio di scrittura, l’operazione della parola che confessa, diventa in qualche modo esperienza salvifica.
Volendosi aggrappare alla vita, Isabelle ha dato voce al dolore; ha confessato il suo disagio e quella fame d’amore tanto temibile al punto da rovesciarsi in un assoluto bisogno di niente.
“Oggi non mi dico di non aver bisogno di niente. Oggi creo e faccio progetti. Ho recuperato dieci chili dai tempi della campagna pubblicitaria, il cammino è ancora lungo, ma mi sto muovendo. L’amore per la letteratura, per la musica, per il teatro, mi tengono viva. Per aiutare persone che, come me, vivono male nel proprio corpo, ho fondato un’associazione teatrale: attiviamo corsi e organizziamo spettacoli…la passione per tutto questo mi spinge a lottare!”
Dice queste parole sorridendo, Isabelle.
Intenerisce l’enormità del suo sguardo su quel volto ancora rigido incavato.
Ce la farà.
L’anoressia non è più per lei la panacea di tutti i mali.
Ha trovato altre cure. Sta cercando altre strade.
Sta imparando a vivere.