Il Telegro (Tufara), chiamato così da tempo immemorabile, ha ispirato vari autori, come Giovanni Antonio de Clario, autore del Cinquecento ed anche Giulio Rosselli Acquaviva; un sonetto pubblicato da Ludovico Doni nella raccolta di Rime diverse, edito a Venezia nel 1544. Tale sonetto è stato riportato da Annalisa Ricciardi, nel suo “Giovanni Antonio Clario. Un ebolitano nella Venezia del Cinquecento” in “Studi e Ricerche su Eboli” Vol. II, Ed. Laveglia, stampato a Salerno nel 2005, a pagina 166.
Vivaci pesciolin, snelli e guizzanti,
Che 'n le basse acque del secco Telegro
Vi dimorate ognun gioioso, allegro,
Liete risa mutate in mesti pianti;
E voi, tenere erbette verdeggianti,
Fiori, arbuscei, ciascun languido ed egro
Si mostri, e le sue ripe; e 'l ciel di negro
Velo la sua serena faccia ammanti.
E tu, più de l'usato pigro e lento,
Gradito fiumicel, farai tua uscita
Al Sele in segno d'acerbo dolore,
In voce afflitta dicendogli: «È spento
II sopran Bernardino Caravita,
D'Eboli lume, onor, gloria, e splendore».
Ancora oggi nelle sue acque vi sono dei bei pesciolini, anche rossi, ma in maggior parte ospita delle carpe.
Chi di noi ebolitani non ha passato almeno un giorno della sua vita al torrente Tufara, che più a monte è chiamato “Ermice” ed anche “Perno”, e nelle prossimità del paese è denominato “Tufara” e che moltissimi nel passato hanno chiamato “Telegro” e altri addirittura “Paradiso”.
Questi sono tutti nomi che son stati dati a questo torrente che nasce ai piedi del monte Ripalta, comunemente chiamo “Sant’Elmo”, perchè colà vi era un Eremo, per cui “Sant’Eremo”. L’eremo è sito nel territorio di Campagna ed è intitolato a San Giacomo degli Eremiti.
Gli antichi eburini, abitanti della romana Eburum, posta su Montedoro, scendevano a valle, nel torrente ad approvvigionarsi d’acqua per poter vivere. Anche le capre e le vacche scendevano quotidianamente per dissetarsi e nei giorni d’afa il pastore usava tale corso d’acqua per ristorarsi nelle sue pozze.
Fino ai nostri giorni si è usato tale sistema di refrigerio. In particolare quando non vi erano le macchine, né gli autobus e a mare non si soleva andare. Accadeva così che gruppi di ragazzi si recavano all’Ermice, indi alla “Buatta” (termine che indica un luogo ove v’è una conca di acqua. Buotta come per dire barattolo) per bagnarsi tutti insieme, tutti nudi. Se più grandicelli c’era sempre chi faceva la guardia per vedere se arrivava qualcuno. Era per tutti un punto di ritrovo estivo e ci si divertiva. A volte è stato anche un luogo di tragedia. Tanti sono, nel corso dei secoli, le persone, giovani e vecchi che son morti; chi accidentalmente annegato, chi invece si è suicidato. Ad un certo punto, subito dopo la zona detta “l’Ermice”, vi è un burrone molto alto con la sua cascata dove è praticamente impossibile scendere. Da quel punto si giunge alla zona detta Paradiso (luogo così denominato, quando ero bambino, dalle signore che abitavano la località S. Antonio “o vallone ro Paravis”). A monte vi è una zona così chiamata, ed esattamente l’antica zona detta “Turello”. Non si è ancora capito se le signore lo chiamassero “Paraviso” per la vicinanza a detto luogo o perchè in quel luogo si son trovati svariati cadaveri, alcuni perchè vi cadessero accidentalmente e altri per suicidio.
Un centinaio di metri più a valle, quando l’acqua in casa non c’era, cioè fino agli anni ’60 del XX secolo, le donne, con la cesta in testa, scendevano nel “vallone” per lavarvi i panni e indi li asciugavano sui cespugli. Quello era il luogo di dialogo tra di loro, dove riunitosi in gruppo, le donne del paese si informavano di ogni cosa ed il chiacchiericcio saliva tra le sponde del torrente alle orecchie degli abitanti della vecchia Evoli. Il dialogo era distorto dallo scroscio delle acque.
Questo torrente dagli ebolitani tanto amato è stata fonte di ricchezza “industriale”. Il Tufara alimentava i tanti mulini posti a monte e le concerie poste a sud del paese. Dei mulini ancora oggi se ne vedono le vestige. Si sta parlando tanto della “Via dei mulini” ma ancora non v’è un progetto serio perchè questa via si intende realizzarla ma non si sa, una volta realizzata, come conservarla.
Proprio in detto luogo, all’Ermice, ove sono i ruderi dei mulini, gli ebolitani si recavano il “Lunedì in Albis” e il “quattro agosto” a gozzovigliare tutti insieme. Felice Cuomo, nella sua opera “A Funtana re l’Ermice”, datata 1928 e pubblicata in “Felice Cuomo, il poeta triste”, a cura di Giuseppe Barra e Vitina Paesano, edito nel 2007 dal Centro Cultuale Studi Storici a pag. 81, dice:
“... Nel lunedì di Pasqua, ai quattro agosto,
che baldoria mi fan fra questi ulivi!
Portan vini e salse e pollo arrosto
e incollano e sbevazzano giulivi.
Allorchè che splende il Ciel la Luna piena,
organetti, chitarre e mandolini
fanno l’orchestra la notte serena,
e si odono le musiche più fini. ...
Nei bei giorni di sole, ecco un poeta
a consolarmi vien tacito e mesto.
Non piango o già, ma limpida e quieta,
per chiunque mi vuol sempre qui resto”.
Ma il Tufara ha anche ispirato, oltre la poesia, anche realtà associative. Proprio in onore dell’antico torrente e per la salvaguardia del centro storico e dello stesso Tufara, nacque nel 2001 un’associazione denominata “Tufara”.