“ho lottato per dare a qualche nuvola la chance di voltarmi le spalle e far vedere che l'intera convivenza interiore non era solo un microfono solitario simpatizzante di una candela...no, non si può restare con le mani sporche d'argilla al momento di constatare che le scimmie sono scappate dalla foresta, e che ogni inchino è un preciso desiderio di errore altrui”.
Le porte sono aperte nel Gran Teatro di Padova. Sono in mezzo alla folla. A pochi metri dagli Alice in chains è un continuo rintocco fra spalle maschili e femminili. Accenni di pogo. Ritmi decisi nella sporca armonia elettrica. “M sono subito sentita avvolta dalla musica” mi confida Paola Mezzaro, giovane di Cittadella, “avvertendo che quei pochi penetranti accordi, così familiari che sembravano quasi essere sempre esistiti, facevano parte della mia storia e di tutte quelle persone che in quel momento, come me, stavano saltando verso il cielo”.
Breve pausa acustica. È il momento di “No excuses”, da Jar of flies (1992), primo EP della storia a raggiungere il top della classifica di Billboard. Le immagini psichedeliche del video affiorano dalla mia memoria spalmandosi sulle parole che i fan conoscono alla perfezione. Per dare ancora più atmosfera, qualcuno tira fuori un accendino...“Per mia scelta ciò che ho scelto di ignorare non ha mai avuto a che fare con le ragnatele di un forzato luogo lontano di incontro...”.
Tocca al primo singolo della storia della band, cantato a squarciagola da tutti. “We die young”. Due minuti e poco più di heavy-punk. Mi volto attorno. Se prima la gente saltava selvaggia, adesso vedo più mani strette. Unite. Sono le prime delicate note di “Nutshell”. Malinconica poesia moderna opposta allo stupro costante del mondo, dove sempre meno esseri umani restano svegli fra le tinte rosee della notte a intonare ninnananne ai loro simili.
La prima parte del concerto si chiude con la tragica “Down in a hole”. Con il ruggito di “Angry chair”. Con la solidità di “Man in the box”. I quattro musicisti si muovono sul palco con naturalezza. Cantrell e Inez si scambiano spesso di posizione sul palco. Organismo sonoro fondato sull’amicizia, come del resto tutte quelle band che nacquero tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90 in quel di Seattle, nel nord-ovest americano (stato di Washington).
Era il febbraio 1996 quando Alice in chains e Pearl jam (di Seattle anch'essi) gareggiavano nella stessa categoria dei Grammy Awards, best hard rock performance. I primi con “Grind”, i secondi con “Spin the black circle”, insieme a Red Hot Chili Peppers, Primus e Van Halen. Vinse la band di Vedder & soci. Ma sul palco, dopo poche e sincere parole di Eddie e Stone (Gossard), il chitarrista Mike McCready volle salutare i genitori e gli amici di Seattle, presenti anch’essi. Gli Alice in chains appunto.
“non sono certo di avere compreso tutto ciò che si è coagulato nelle lettere da lasciare ai posteri più giovani e contemporanei…la voglia di sorridere è un racconto che si è sempre limitato a un titolo dai contenuti scritti a caratteri cubitali…i tanti giuramenti sulla diversità futura hanno intimato alle mie dichiarazioni di sfollata indipendenza di tastare la voglia di dragare senza vergogna ogni lacrima fraudolenta”...
Si spengono le luci. Il coro umano invoca un degno finale. Dopo un paio di minuti gli Alice in chains tornano sul palco. Pubblico e band attaccano insieme una “ola” calcistica. Ole oh oh oh ole oh oh oh. E poi via, con Would. La canzone della consacrazione. Inserita fra l’altro nella colonna sonora del film “Singles”, e dove il fu Layne Staley sfoggiava un affilato pizzo biondo…finale urlato a squarciagola da tutti…If…I…Would…Could…You!!!!
Poi, l’ultima interpretazione. “Rooster”. Un macigno scagliato con incredibile splendore di esecuzione. Parole che squarciano un’oscurità bisognosa di rivoluzione. Un lento arrivederci in cui i muscoli delle emozioni conducono alla risurrezione di milioni di bolle di sapone, rivestendo gli sgabelli dell’oceano con il nome di ciascuno di noi”.
I fan iniziano a sfollare. È appena finito il concerto degli Alice in chains. Mentre scorrono i titoli di coda dei saluti, Jerry e William si avvicinano regalando plettri. Sean Kinney lancia piatti e magliette. Come sempre accade nei concerti delle band di Seattle, non c'era nessuno effetto scenico. Il pubblico e band sono la scenografia migliore. Il resto è solo musica.
“avevo voglia di raccontare anche a loro una lezione senza tramonto, qualcosa che venisse da una carta da parati ormai lacerata in una coscienza che non ho mai concepito come familiare…a prescindere del peso che hanno avuto le mie ossa nell'immediato livello della terra, questa è una decisione che non ho conservato per l'inferno...sempre più in definitivo assetto d’arrangiamento di naturale e gitana spontaneità”.
Alice In Chains - Nutshell (live in Padova, June '10)
Pubblicato il: 17-6-2010 (Luca Ferrari)
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