Camille Claudel: tagliata in un materiale eterno. Scultrice francese del 19 secolo
Articolo di Giovanna Lacedra del 21 febbraio 2010
“ Il signor Rodin si avvicina a Camille con tenerezza, scostandole un ciuffo scuro che le copre gli occhi - i suoi occhi, sconfinate, devastate voragini - con le mani imbrattate di creta. Vede il profilo di lei controluce. <<Mia pietra nera vibrante d’amore, tu sai quello che Michelangelo aggiungeva: solo le opere che si possono far rotolare dall’alto di una montagna senza che se ne rompa neppure un pezzo sono valide; tutto ciò che si frantuma durante una simile caduta è superfluo. Tu appartieni a quella razza, nulla potrà spezzarti, per quanto alta possa essere la montagna. Sei tagliata in un materiale eterno!>>.
(Dal romanzo di Anne Delbée - Una donna chiamata Camille Claudel)
È tagliata nella materia di un sogno, Camille.
Imprendibile e inossidabile.
Un’allieva che s’innamora del maestro.
Una donna che s’innamora dell’arte.
Entrambe le traiettorie risultano pericolose - e disdicevoli -, nella Francia di fine Ottocento.
Ma Camille, pur zoppicando, cammina dritto. Va.
Altera e certa. Nessuno la piega, e nulla la piegherà.
Avanza con la fierezza negli occhi.
La bocca serrata sotto un naso perfetto. Lo sguardo affilato. Il genio in agguato.
È lei. È Camille.
Guardatela! È più felina di una gatta.
È più dura del marmo.
È più evanescente di una poesia.
Suo fratello, il celebre poeta e scrittore diplomatico Paul Claudel, amava descriverla così:
“Una fronte superba e occhi magnifici, di un blu così profondo e così raro che si può trovare soltanto nei romanzi…”
Mentre lo scultore impressionista August Rodin, la cui vita - tra l’insegnamento e l’amore - a quella di lei fervidamente s’intrecciò, la definì così:
“Ha una natura profondamente personale, che attira per la grazia ma respinge per il temperamento selvaggio”.
Camille, la scostante.
Camille, la screanzata.
Camille la claudicante.
Camille, la diversa.
Camille voleva scolpire.
Era questa la sua diversità.
Trasferendosi nel 1880 con l’intera famiglia da una piccola realtà come Villeneuve-sur-Fère (villaggio nella regione della Champagne) ad una grande metropoli come Parigi, fu questo che capì: non sarebbe mai diventata una donna come tante. Lei no! Lei sarebbe diventata di pìù. Sarebbe diventata un’artista. …avrebbe scolpito!
Parigi la catturò immediatamente. Incendiò la sua curiosità di adolescente.
Avrebbe voluto sin da subito gridare che c’era. Avrebbe voluto sin da subito lasciare un segno.
Scrutava ogni cosa di quel nuovo, caleidoscopico mondo, come se nulla dovesse andare perso.
Di Parigi si affamò. A Parigi si appassionò.
Girava fiera ed energica per gli alberati boulevard, con passo svelto e sicuro, pur claudicando. Sempre vestita di nero, sempre lasciando selvaggiamente danzare la sua lunga chioma bruna.
Gli occhi fendevano, con luce fulminea e femminea, la frangia.
Camille sapeva cosa voleva. Sapeva dove voleva arrivare.
Il marmo, la pioggia di polvere sotto i colpi di uno scalpello. L’arte.
Era questo il suo destino. E già a tredici anni prese a modellare le sue visioni nell’argilla.
Ma una donna scultrice è una presenza sconveniente. E così, Camille divenne presto la vergogna della famiglia.
Sua madre, soprattutto, si vergognava di lei: non accettava questa sua vocazione. La vedeva come un capriccio, una ribellione, una trasgressione. Mentre per lei era puro amore.
Era solita denigrarla. Ferirla oltremisura…
Camille ne soffriva. Le critiche materne l’atterrivano. Avrebbe dato chissà cosa per compiacerla, per ricevere la sua approvazione. Ma abbandonare l’arte, mai!
La figura materna divenne per lei quasi irraggiungibile. Prese ad idealizzarla. Era una stella imprendibile. Un desiderio inappagabile. Una mancanza dolorosa. L’insostenibile peso di una colpa inesistente: l’incapacità di meritarsi il suo amore.
Suo padre, invece, tentò di sostenerla, insieme al fratello Paul. E infatti con la sua morte, svanì anche la tenacia di lei.
Camille si allontanò dalla famiglia. Piano.
Sentiva di non appartenere a quella realtà. Desiderava oltremodo il loro affetto, ma non poteva per questo cambiare se stessa; non poteva svuotarsi della sua grande passione, quella per la scultura.
Ormai conosceva la strada da seguire, e sapeva che nessuno di loro l’avrebbe seguita.
Era ostinata, anticonformista. Per nulla ordinaria, né prevedibile. Era ribelle, selvaggia, aggressiva. Profonda.
Maschile nel suo agire, femminile nel suo sentire.
Emotivamente agitata, dal carattere passionale e irruente. Una donna ipersensibile.
Camille amava con ferocia.
Era ossessiva e vulnerabile,non temeva affatto il rischio.
Desiderava vivere. Sentire la vita a qualunque costo. In lei un tumulto di sentimenti che non riusciva a governare. Un groviglio inesprimibile, sovente la soffocava.
Era spesso attanagliata da un senso di incompletezza e insoddisfazione.
C’era sempre qualcosa di irrisolto, qualcosa che doveva fare…
Le prime lezioni di modellato le prese a Parigi, nello studio di Alfred Boucher che rimase folgorato dal suo talento.
Poi arrivò l’incontro con Rodin. Un incontro determinante per il suo destino.
Iniziò a frequentare il suo ateliér in rue de l'Universitè, ma il rapporto tra allieva e maestro si trasformò presto in una passione indomabile. In un grande, sconquassante amore.
Lo scultore aveva già quarantadue anni ed era ufficialmente legato ad un’altra donna, Rose.
Quella con Camille, però, non fu una semplice avventura. La passione che esplose fra i due si rivelò da subito come un intreccio tra arte e amore, tra il marmo e la carne.
Nel pulviscolo di quell’atelier gli sguardi si cercavano.
I due si contaminavano artisticamente, e fondevano romanticamente.
Ed ecco, il sogno avvicinarsi all’improvviso…
Nel 1888 Camille espose al Salon des Artistes Francais.
L’attesa di quel primo responso fu da lei vissuto con grande irrequietezza. Una figura scura, agitata e felina, camminava su e giù nel giardino attorno all’edificio del Salon, con la voglia di urlare:
“ Signori in quest’opera ci sono ore e ore di lavoro, ore di interminabili interrogativi su me stessa, ore in cui la mia anima si consumava. Mentre voi mangiavate, scherzavate e vi rimpinzavate di cibo e di vita, io ero sola con la mia scultura ed era la mia stessa vita che scivolava a poco a poco in quell’argilla , il mio sangue che lasciavo defluire nel cuore nell’opera medesima, una stagione della mia vita…”
(Dal romanzo di Anne Delbée - Una donna chiamata Camille Claudel)
L’opera in questione era Sakountala ( L’abbandono).
Forse l’opera più bella, più intensa, più carica di pathos che la Claudel abbia mai plasmato.
Ritrae l'amore tra Sakountala, figlia adottiva di un eremita, e il principe Douchanta. Si tratta di una storia indiana del V secolo, tragica seppure a lieto fine, poiché i due si uniscono in matrimonio con un antico rito nuziale, ma quando il principe ritorna al suo castello per sortilegio si scorda di lei, che ha tenuto con sé il suo anello come pegno d’amore. Sakuntala decide allora di andare al castello per ricordargli il loro amore grazie all’anello, ma questo le scivola nel fiume e va perso. Lo ritrova un pescatore e lo riporta al principe, il quale ricordando tutto d’improvviso, corre dalla sua amata Sakountala che nel frattempo aveva partorito il figlio concepito con lui la notte delle nozze. Douchanta riconosce il bambino come suo figlio, riabbraccia l’amata, e con loro rientra felice al castello
L’opera, non solo fu esposta, ma ricevette anche una Menzione d’Onore.
Intanto la storia d’amore con Rodin si fece sempre più intensa e complicata.
Oltre che allieva e amante, Camille fu anche la sua modella prediletta.
Ritraendola, lui la contemplava.
Lo sguardo analitico era anche famelico.
E tra le tante allieve a lei soltanto concedeva di modellare i piedi e le mani di certe sue grandi composizioni.
Il tempo scorreva lasciando sbocciare nel suo cuore la speranza che August potesse un giorno decidere di lasciare Rose per rendere stabile il loro legame.
Questo però non avvenne mai.
Il mesi passarono e lei non vide cambiamenti.
Rimase anche incinta e abortì quel figlio. Una ferita che nulla potè mia lenire.
Iniziò anzi a sentirsi usata da lui, sessualmente e artisticamente.
Divenne una sua appendice. E la critica contemporanea, dopo una prima fase di riconoscimento, iniziò a sminuire il lavoro di Camille, trovandolo manieristico.
Lei scolpiva alla maniera di lui. Dunque operava nell’ombra del grande maestro.
E fu proprio quell’ombra a non permetterle di emergere davvero.
Si racconta addirittura che lui firmasse alcune creazioni di lei, facendole passare per sue.
Le aveva saccheggiato il cuore! Ed ora cercava anche di impossessarsi delle sue opere! Questo era davvero troppo!
Il rapporto si deteriorò, fino a concludersi intorno al 1892, anno in cui ebbe una breve avventura con il musicista Debussy, escogitata allo scopo di far ingelosire August. Ma questo non fu che l’ennesimo, fallimentare tentativo di recupero.
Proprio a questo periodo risale un’altra delle sue opere più emozionanti: Il valzer.
Una coppia danza appassionatamente, sospesa tra terra e cielo, come se la materia stessa fosse fluttuante. Le due creature vivono in perfetto equilibrio tra movimento e stabilità.
Camille cerca di elaborare il lutto di questo amore ormai spento.
August non le apparterrà mai, ma l’arte si. L’arte le è sempre appartenuta.
Nascono opere di una poeticità spiazzante: La suonatrice di Flauto, L’implorante, e soprattutto il complesso de L’età matura, interpretazione scultorea di quel doloroso distacco.
Mai altra opera seppe interpretare meglio un così grande travaglio sentimentale.
La perdita. L’abbandono. L’umiliazione.
Una donna matura (Rose) porta via con sé l’uomo (August) - centro della composizione - dall’implorante preghiera d’amore della fanciulla inginocchiata (Camille) e che vanamente si prostra, alle sue spalle. Lui se ne va. Portato via per sempre da un’altra donna. Se ne va. Non si volterà per guardarla ancora negli occhi. Non ne avrà il coraggio. Il capo semireclinato lo rende rassegnato a quell’addio.
Nello sguardo supplichevole della fanciulla un legame viene reciso per sempre.
Ma potrebbe essere - come qualche psicanalista contemporaneo ha sostenuto - che stratificata sotto questa palese interpretazione, vi sia una seconda chiave di lettura: la creatura implorante è Camille bambina a cui la madre, che mai la accettò, porta via la presenza fisica e dunque l’amore, di suo padre.
Dopo l’addio definitivo, Camille si gettò, a capofitto nel lavoro.
Cercò di svincolarsi dall’ascendente di Rodin, per di rinascere artisticamente.
Voleva trovare la propria cifra stilistica. Voleva imporre la propria personalità.
Tutto ciò che desiderava era affermarsi come artista, a prescindere da lui. Uscire dalla sua ombra e divenire se stessa.
Iniziò ad isolarsi, a vivere come una reclusa. E prese a produrre solo opere di piccole dimensioni. Questa scelta fu forse l’ultimo,vano tentativo di arginare uno straripamento emotivo; un modo per tenere sottocontrollo il vulcanico dilagare delle sue ossessioni.
Il suo studio divenne un caos occupato unicamente da lei, dai suoi gatti, e dalle sue piccole creazioni.
Creazioni innovative, originali, in cui ancora oggi vibra l’impronta rovente della sua profondità emotiva.
Ma l’esperienza vissuta con Rodin, le fece germogliare dentro il seme di un’ossessione, che crebbe sempre più. Quella della persecuzione e del plagio.
Camille viveva nel costante terrore di essere privata le sue opere. Temeva che qualcuno potesse sottrargliele. O che lo stesso Rodin la facesse spiare per rubarle le idee.
E così, spesso, in preda alla sua stessa nevrosi, le distruggeva.
Distruggeva le sue piccole sculture con colpi di martello, o gettava nel focolare del suo studio, le carte, i suoi bozzetti.
Lentamente riprese ad esporre nei Salon, ma caddè ugualmente in povertà
Suo padre iniziò a sostenerla economicamente, di nascosto dalla madre. Ma dopo il suo decesso, avvenuto nel 1913, morì in Camille anche l’ultimo anelito di pace.
Le sue crisi si fecero più violente, tanto da convincere la madre e il fratello, ad internarla in un manicomio, negandole anche la possibilità di ricevere visite.
Camille fu internata, li rimase per pi di trent’anni.
Sì. Trenta interminabili anni.
Perdendo il tempo. Dimenticando come si contino le ore, i giorni, i mesi e gli anni. Sola con se stessa, con le sue ossessioni e con l’amara nostalgia di un grande sogno andato in frantumi: la scultura.
Sua madre non andò mai a farle visita. E questo accrebbe il suo dolore. Quella madre tanto agognata e tanto temuta alla fine, aveva trovato il modo di liberarsi di lei.
Trascorse quei trent’anni sola, depressa, e affranta. In preda a sentimenti autodistruttivi.
Una bestia ferita, da un sogno fattosi coltello.
L’unico contatto con l’esterno fu una sequela di lettere che da quel luogo alienante scrisse a qualcuno là fuori. Qualcuno che, immaginava disposto a leggere le sue preghiere.
Nel 1935, otto anni prima di morire, in una lettera ad Eugène Blot scrisse:
“Sono precipitata in un baratro… Del sogno che fu la mia vita, questo è un inferno”.
“Camille fra le quattro pareti bianche. La sofferenza dura e amara. La sofferenza che torce il cuore. Camille colpisce il muro con entrambe le mani, grida il nome agli specchi, come se potessero donarle la creatura amata, la luce che aspetta, la lotta che vuol riprendere. Abbattimento e soprassalto, rifiuto, quando è necessario che si riconosca vinta, eppure sa già che agli occhi del mondo sarà eternamente la triste eco dell’essere amato…”
(dal romanzo di Anne Delbée - Una donna chiamata Camille Claudel)
Camille Claudel morì, nella pazzia, il 19 ottobre 1943 .
Aveva 79 anni.
Nessuno, nemmeno il fratello, partecipò al suo funerale.
E nemmeno le fu data una degna sepoltura. Inumata il 21 ottobre del 1943 nel cimitero di Montfavet, il terreno fu presto requisito per necessità di servizio.
E delle sue spoglie, della sua tomba, nulla più rimase.
La sua arte fu a lungo oscurata dalla gigante ombra del suo maestro-amante.
Solo nel 1984 la critica rimise in discussione il suo operato.
Da allora diverse mostre a lei dedicate si sono susseguite.
Finalmente la sua genialità è stata riconosciuta. Finalmente è stata luce, su lei.
Una luce che sempre aveva meritato, ma che in vita non la illuminò degnamente.