Giovanna Lacedra, reporter alla 53 Biennale di Venezia. 2 tappa,Giardini e padiglioni nazionali
TAPPA 2: I GIARDINI E I PADIGLIONI NAZIONALI
Uscita dal Palazzo delle Esposizioni sapevo che ad attendermi avrei trovato un’altra lunga sequela di prodotti della creatività umana. Una catena di eterogeneità artistiche provenienti da ogni parte del mondo, era lì per stupirmi.
A presenziare nel verde accogliente dei Giardini, c’erano infatti ben ventinove nazioni, ognuna con il proprio Pavilion.
Olanda, Belgio, Spagna, Svizzera, Venezuela; Russia, Giappone, Repubblica di Corea, Germania, Canada, Gran Bretagna, Francia, Repubblica cieca e Repubblica Slovacca, Australia, Uruguay, Israele, Stati Uniti d’America, Pesi Nordici (Finlandia, Norvegia, Svezia), Danimarca, Finlandia Padiglione-Aalto, Ungheria, Brasile, Austria, Serbia, Egitto, Padiglione Venezia, Polonia, Romania, Grecia.
Sotto lo strato della contemporaneità, ognuna di esse celava e disgelava segni intuibili della propria radice popolare, e della propria storia.
La mia entusiasmante esperienza di reporter qui mi ha permesso di catturare fotograficamente dipinti, sculture, videoistallazioni, annotando via via le impressioni ricevute da ognuna delle realtà nazionali incontrate.
Non a caso Daniel Birnbaum ha precisato:“La scelta di porre particolare enfasi sulla Biennale come sito di produzione e sperimentazione comporta progetti che sondano le possibilità del mondo costruito. Ma il risalto dato al processo creativo e alle cose nel loro farsi non esclude un’esplorazione della ricchezza visiva (…) è un’esposizione mossa dal desiderio di esplorare mondo intorno a noi così come mondi che verranno.”
Questo certamente presupponendo un’idea di opera d’arte ben più ampia di come la si può solitamente pensare, ovverosia come la rappresentazione di una delle infinite visioni del mondo. L’opera d’arte è ‘quella’ visione del mondo. È la visione che quell’artista, con un bagaglio personale e collettivo di incipit ed esperienze, ce ne offre. Solo se si considera lo spessore di questo pluralismo creativo ed artistico si può comprendere il vero senso di una esposizione d’arte internazionale.
Un’artista crea tra spinta nazionalista e controspinta globalizzatrice. Questo sostiene Birnbaum, affermando che : “gli artisti invitati all’Esposizione Internazionale non rappresentano le nazioni o le comunità linguistiche alle quali appartengono, ma sono responsabili unicamente delle loro visioni, tuttavia potrebbe essere interessante pensare all’arte come ad un’insistenza nelle differenze che non ha nulla a che vedere con il ritorno politicamente reazionario al nazionalismo (…) forse nascono nuovi mondi dove i mondi si incontrano.”
E così, alla luce delle parole di Birnbaum, ho esplorato lo spazio espositivo dei Giardini.
Eccovi una rassegna dettagliata dei vari Padiglioni Nazionali:
L’Olanda porta alla 53° Biennale di Venezia un’esponente femminile dell’arte contemporanea: Fiona Tan. Scelta dal curatore della proposta olandese a questa 53° esposizione, Saskia Bos (Preside della Cooper Union's School of Art) , l’artista rappresenta l’Olanda con la sua nuova installazione audio-visiva “Disorient 2009” ( 2 loop, 17 e 19 minuti), creata appositamente per il Padiglione.
Il progetto fa riferimento alla posizione cruciale e strategica di Venezia nella storia prima che il suo potere diminuisse,e tenta di costruire un ponte tra i secoli collegando la realtà quotidiana contemporanea e il passato simbolico che ogni visitatore a Venezia desidera afferrare. A Fiona Tan interessa indagare i meccanismi attraverso i quali ognuno di noi si rappresenta, e quelli che determinano la nostra interpretazione degli altri.
Oltre a “Disorient” infatti, la Tan ha portato un altro lavoro col quale amplia questa indagine: “Provenance 2008”: 6 video in bianco e nero presentati in un formato da quadro appeso alla parete e incorniciati da lineari listelli neri. In un primo momento lo spettatore ha la sensazione di trovarsi all’interno di una mostra fotografica, le immagini sembrano ferme, vere e proprie fotografie incorniciate. Poi, però, con una lentezza che equivale a quella del video, il fruitore si accorge che quelle immagini in realtà non sono ferme. Tutto quello che accade in questi video ha un’apparente insignificanza, che sembra accentuare la lentezza della ripresa e dei movimenti stessi svolti dai protagonisti. In uno viene ripresa una donna seduta ad una scrivania, che tenta forse di scrivere una mail con il notebook aperto, ma ha delle resistenze o delle perplessità, digita piano qualche parola, poi si ferma, alza lo sguardo, fissa il vuoto, medita e alla fine chiude il suo pc. In un altro video invece un bambino è fermo in piedi davanti allo spettatore e forse nell’imbarazzo stringe nei pugni i lembi della felpa che indossa. Un terzo video riprende invece una giovane donna dai capelli lunghi, che, dando le spalle allo spettatore, guarda al di là di una portafinestra, poi si volta e con un’espressione quasi spaventata si dirige verso il corridoio osservando una galleria di foto esposte lungo le pareti. Si sdraia infine su un letto, abbandonandosi forse a pensieri ossessivi.
Il Belgio è rappresentato Jef Geys, artista e docente di Estetica Positiva in una scuola a Balen.
Geys da sempre concepisce la sua opera come un progetto in evoluzione che combina atteggiamento concettuale, attività didattica e sperimentazione formale. Per la 53° Biennale di Venezia ha realizzato “Quadra Medicinale”, una vera e propria verifica sul tipi di vegetazione che può essere presente in una metropoli. Certo, più che un’opera, questa è una vera e propria indagine all’interno di un chilometro quadrato delle città di Villeurbanne, New York, Mosca e Bruxelles. In quel piccolo spazio Geys, avvalendosi di quattro collaboratori ha cercato di scoprire un totale di dodici piante che crescono per la strada, per poter identificare le componenti essenziali del loro ambiente di vita immediato. Il risultato è un inventario di piante comuni, di cosiddette ‘erbacce’, che spesso sono piante commestibili o medicinali con proprietà uniche Il padiglione ospita sia le foto di queste piante nel loro biotipo, con relative classificazioni, e descrizioni scientifiche. Sia disegni realizzati appositamente dall’artista in grande dimensione e che riproducono con segno continuo le caratteristiche formali di queste ‘erbacce’, ponendo in risalto quanto invece il loro studio analitico si riveli fonte inaspettata di godimento estetico e di conoscenza.
Una considerevole piattaforma posta al centro del primo ambiente, cattura i visitatori del Padiglione Spagnolo. Su di essa si levano enormi vasi in creta dipinta. Sono, insieme ai dipinti esposti alle pareti, le opere realizzate da Miquel Barcelo, artista originario di Palma di Maiorca.
Una curiosità? Barcelo è il primo artista vivente ad esporre al museo del Louvre nel 2004!
Negli ultimi anni, egli si è dedicato al temi particolari, come quello dei paesaggi africani, della schiuma delle onde del mare di cui si vede la corposità della pasta pittorica atta a rendere l’effetto spumoso, in due grandi tele esposte nel salone centrale del padiglione. Sono tutti dipinti di grande formato, anche quelli dedicati al tema dei primati, e realizzati a partire dall’anno 2000. I suoi gorilla solitari sono l’emblema della solitudine del pittore in un’era in cui l’arte risulta ormai inscindibile dai nuovi mezzi di espressione, tecnologici. In tal senso il pittore è quasi un primato in via di estinzione. In “Flechta rota” , tecnica mista su tela del 2008, Barcelo raffigura un primato esattamente isolato ed emblematico in tale senso.
Oltre ai dipinti e alle ceramiche, è stato esposto anche un video prodotto per il festival di Avignone e titolato “Paso doble”.
Ho visitato questi primi tre padiglioni presentatisi alla mia vista non appena sono uscita dal palazzo delle Esposizioni.
Ma svoltando a sinistra per il viale alberato e arredato da panchine di sosta vivacemente mosaicate, mi sono imbattuta in un percorso che pareva protrarsi all’infinito.
Nel primo padiglione in cui mi sono infilata, ho incontrato un’artista che non conoscevo : Silvia Bachli, rappresentante della Svizzera. L'Ufficio federale della culture ha affidato a lei, che vive tra Basilea, Karlsruhe e Parigi, e insegna all’Accademia d’arte nazionale di Karlsruhe, il compito di presentare il proprio operato alla Biennale di Venezia.
Artista legata ad una figurazione di tipo sintetico, ma efficace, la Bachli ha presentato un ciclo di disegni costituente, all’interno del padiglione, un vero e proprio percorso visivo.
Nel disegno, che le ha dato notorietà, lei riesce a fondere precisione e gestualità, meticolosità e impulso, muovendosi liberamente tra figurazione e astrattismo ed usando quasi esclusivamente la monocromia del bianco e nero. Le opere presentate sono in totale 33, tra pastelli ad olio , gouache, e fotografie.
Il progetto del Padiglione Venezuelano, ideato da Carlo Scarpa, ha invece come obiettivo primario quello di affrontare ed evidenziare il cambiamento sociale e culturale nel Sud America. Curato da Masia Luz Cárdenas, presenta “Mundo en Proceso” (Worlds in Process). Si tratta di un gruppo eterogeneo di artisti tra cui vi sono anche degli antropologi: Gabriela Croes, Magdalena Fernández, Daniel Medina, Antonio Pérez ,Claudio Perna artista concettuale, Bernardita Rakos, Antonieta Sosa e il Colectivo Todos somos Creadores, un gruppo di attivisti e comunicatori.
In particolare sono stata catturata dal lavoro di Antonietta Sosa, che ha portato in Biennale una galleria di piccoli quadri. Dietro al vetro però non vi erano immagini dipinte, disegnate o fotografate, bensì, polvere, carta sminuzzata, sporcizia. Insomma, tutto quello che si può raccogliere spazzando in una stanza. Il titolo è “El puelvo de mi cuarto (the dust of my room)”, lavoro datato 1998-2009.
La Russia quest’anno è stata dissacrante e geniale!
Ha messo a punto uno dei padiglioni più vistosi, originali e spregiudicati della Biennale. Ed è fuori dubbio quello che insieme al danese-norvegese ed egiziano mi ha maggiormente colpito. Dunque ne consiglio vivamente la visita.
Il titolo dell’intero progetto è “Victory over the Future”, ovverosia, vittoria sulla paura del futuro, come la stessa Sviblova, sua curatrice, ha sottolineato. Un tema certamente complesso. Ed interpretato individualmente. La Vittoria è qui intesa come fenomeno di interpretazioni filosofiche, culturali, sociali, etiche ed artistiche. E come condizione esistenziale ed emotiva, uno dei fattori fondanti del comportamento di ogni singolo individuo e del gruppo sociale.
Sono diversi gli artisti presenti: Alexi Kallima, Anatoly Zhuravlev, Irina Korina, Andei Molodkin, Grigorij Ostretsov, Pavel Pepperstein, Sergei Shekhovtson. Quest’ultimo spacca in pieno il campo visivo del visitatore già dall’esterno: sulla parete laterale del padiglione infatti una moto in gommapiuma sembra sfondare la superficie venendo fuori a tutta velocità.
Anatoly Zhuravlev presenta una installazione titolata“Buchi neri” e costituita da un centinaio di piccole fotografie ritraesti personaggi storici, collocate in uno spazio d’esposizione che rappresenta astratti sgorbi neri. La finalità è quella di spingee l’osservatore a considerare la storia come primaria fonte del futuro.
In una stanza semibuia con pareti blu, invece, il pittore e letterato Pavel Pepperstein mediante testi ed acquerelli di impronta neo-suprematista, e restroilluminati, affronta “Le prospettive di sviluppo”, con un pezzo rap che suona ad altissimo volume.
Ma forse il più disarmante del gruppo è Grigorij Ostretsov con la sua installazione-labirinto titolata “Art life” o “Tormenti creativi”. In un luogo semibuio, come una sorta di vecchio scantinato, angusto e pieno di oggetti in disuso,tra cui una ruota di bicicletta arrugginita,un vecchio frigo e pentole appese alle pareti, egli ricrea un’atmosfera inquietante e misteriosa. Da una giacca appesa ad una parete sbuca una mano che si muove, facendo dondolare il quadro appeso accanto a lei. E in fondo al labirinto, possiamo scorgere una figura di uomo, che seduto ad una scrivania continua maniacalmente a tracciare lo stesso cerchio su un foglio fino a scavarlo con la biro. Ma state tranquilli…si tratta solo di un manichino meccanico!
Lo stesso Ostretsov ha affermato:” Penso che il mio progetto sia riuscito. Nel visitatore della mia installazione nasce il desiderio di creare, di scoprire qualche cosa per sé stesso”.
Davanti al Padiglione Danese-Norvegese, sono invece trasalita.
Opera di un duo artistico attivo dal 1995, Elmgreen & Dragset, composto dal danese Michael Elmgreen e dal norvegese Ingar Dragset., il padiglione ha come titolo "The Collectors", e ha già ricevuto una menzione speciale dalla giuria della Biennale.
Questo padiglione, per la prima volta nella storia della manifestazione veneziana, vede la collaborazione tra due diverse nazioni.
Tutto si svolge in una cornice teatrale. Il padiglione è in realtà un’abitazione, è organizzato ed arredato come un open-space, con la zona giorno e la zona notte. Ma pare disabitato.
Una piscina davanti all’ingresso. E nella piscina un cadavere col viso nell’acqua.
Il corpo di un uomo vestito da una camicia bianca e un pantalone nero. Sul fondo della piscina un orologio da polso, un pacchetto di sigarette. Cosa è accaduto? Probabilmente si tratta di un suicidio. Il proprietario, tale Mr. B, è l’uomo che galleggia sull’acqua ferma della piscina. La sua abitazione è rimasta aperta. Tutt’intorno ha pareti in vetro, e in una teca è visibile una collezione di arte gay che probabilmente lo aiutava a promuovere la sua identità sessuale.
Un’identità vissuta male e che lo ha probabilmente spinto al suicidio.
Elmgreen & Dragset hanno tentato di indagare i motivi psicologici del collezionare, un'attività che proprio lungo queste due dimensioni corre un rischio patologico.
Il Giappone è rappresentato da Miwa Yanagi, artista di Kobe, tra le più apprezzate protagoniste dell’arte contemporanea nipponica, che presenta una istallazione di enormi stampe fotografiche esposte in titaniche cornici da tavolo, che sovrastano lo spettatore.
L’istallazione s’intitola “Windswept Women: The Old Girls' Troupe”.
In queste foto, donne.
Donne selvagge, donne iraconde, donne deformi. Donne quasi nude, che sembrano dimenarsi selvaggiamente. Donne dai seni enormi o piccoli e inverosimilmente cascanti. Donne evidentemente trasfigurate dal dolore e gigantesche nelle loro cornici nere.
Il Padiglione Canadese è invece interamente dedicato all’opera di Mark Lewis, artista tra i più conosciuti al mondo e i cui film sono da sempre considerati vere e proprie esperienze temporali. Alla 53° Biennale di Venezia l’artista presenta una serie di videoistallazioni in cui vengono ripresi luoghi casualmente ritrovati nel quotidiano vivere comune.
Nella città contemporanea da lui ripresa, attività apparentemente banali e tendenzialmente non interessanti diventano invece profonde osservazioni cinematografiche.
Lewis esplora la storia dello spazio e il trascorrere del tempo, attraverso quattro nuovi video autonomi.
Anche l’Ungheria segue la strada dei nuovi linguaggi artistici, e arriva a Venezia con una nuova installazione di Péter Forgàcs : Col Tempo - Il Progetto W.
In un’epoca imperniata sul principio di globalizzazione, che un po’ dimentica i condottati individuali di ciascuno, Forgàcs torna invece ad interrogarsi su volto La sua installazione, all’apparenza drammatica, scandaglia del materiale storico allo scopo di intessere un percorso nella memoria dello spettatore, e che disveli poi i cambiamenti con cui, nel tempo, abbiamo preso a percepire l’altro.
Come guardiamo l’altro?
Lo abbiamo sempre guardato, osservato e visto così?
O esistono forse griglie interpretative, filtri, paradigmi…preconcetti?
Quali sono gli stereotipi e gli automatismi che guidano i nostri giudizi riguardo ad una persona effettivamente sconosciuta?
Visitando il padiglione ungherese non potrete evitare di porvi questo genere di quesiti.
La Francia arriva a Venezia con Claude Lévêque. La sua ricerca, vicina alle culture alternative, si concentra su un lavoro di immagini, suoni e luci.
Lévêque è uso ricreare delle ambientazioni con oggetti presi in prestito dall’ambiente che lo circonda, sempre sfruttando l’estremo potere sensoriale di luci e suoni. Amante della cultura alternativa e della musica punk, Lévêque ha incentrato la sua personale sperimentazione sull’uso provocazioni sensoriali, mediante le quali mira a scuotere le più impreviste reazioni dello spettatore, circondandolo di nuove architetture visive.
L’istallazione realizzata all’interno del Padiglione s’intitola ‘Le grand soir’, e vede quattro gabbie poste ai quattro angoli di un interno quadrangolare, che creano l’incrocio ortogonale di due assi viari. E in fondo a ciascun asse, lambendo il buio, una bandiera blu sventola lieve.
Il Padiglione Australiano, diretto dal già noto Doug Hall (Direttore della Queensland Art Gallery fino al 2008) presenta per questa edizione Shaun Gladwell. Artista che arriva a Venezia con l’opera ‘Maddestmaximus’.
Si tratta di una sequenza di cinque video correlati tematicamente con elementi scultorei e fotografici ispirati ai paesaggi dell’entroterra australiano. Nella prima proiezione la videocamera è concentrata su una strada asfaltata percorsa da camion. Ai bordi di essa in corpicino di un gatto morto. E l’orizzonte sembra liquefarsi nella tenuità. Il secondo lavoro invece presenta sei monitor messi in verticale, l’uno sopra l’altro e proiettanti soggetti diversi ma che compiono lo stesso, identico movimento: un ragazzo sulla bici, un altro sullo skateboard e altro soggetti… tutti girano su se stessi, ossessivamente piroettando.
Il Padiglione israeliano vede come assoluto protagonista l’artista che ha introdotto in Israele la contemporaneità adattandola al contesto locale: è Raffie Lavie.
Lavie è stato il fondatore del gruppo "10+" nel 1965, ed è inoltre stato esponente centrale dello stile formatosi intorno a lui negli anni '70 con il nome di "Esigenza della materia" per l’uso di materiali ascetici ed economici come il compensato e il collage.
Alla 53° edizione della Biennale veneziana, l’artista porta dipinti costruiti sulla ingenuità e la cancellazione ossessiva delle immagini attraverso scarabocchi, incisioni e vaste pennellate di colore.
“In the name of the Father” rappresenta la nuova estetica israeliana introdotta da Raffie Lavie.
Il solo Padiglione all’interno del quale è tassativamente vietato scattare foto è quello americano, rappresentato dal grande Bruce Nauman con il progetto "Topological Gardens" .
Si tratta di una rassegna tematica che trascende il solo spazio dei giardini e che comprende quasi quarant’anni della produzione artistica innovativa e provocatoria di Nauman. La mostra è infatti presentata in tre diverse sedi espositive (il Padiglione degli Stati Uniti nei Giardini della Biennale, la sede dei Tolentini della Università Iuav di Venezia e gli spazi Ca’ Foscari Esposizioni dell’Università Ca’ Foscari) e riunisce più di trenta opere prestate da collezioni pubbliche e private, sia statunitensi che europee.
Si parte dai primi video, dalle opere sonore e dai film incentrati sulla presenza dell’artista nello studio fino alle insegne al neon, alle sculture in bronzo, gesso, cera e resina, alle installazioni a corridoio, per cogliere l’insistenza dell’artista nello spingere sempre oltre i confini tra le discipline e i materiali dell’arte.
In ‘Coffee splilled and ballow dog’ del 1993 due coppie di mani sono protagoniste di due video con sonoro: la prima coppia lascia rumorosamente cadere una tazzina di caffè, che inevitabilmente si frantuma; la seconda invece si muove abilmente per costruire un cane con palloncini allungati. In ‘ Washing hand normal”, invece, una coppia di mani si lava ossessivamente insaponandosi di continuo.
In questa percorso espositivo, la topologia offre una specie di struttura entro la quale il pubblico può mettere in relazione l’incontro con le opere di Nauman con l’attraversamento di Venezia, e di conseguenza mette in discussione anche la base ideologica su cui si fonda storicamente l’esistenza dei padiglioni nazionali.
Il Brasile arriva quest’anno a Venezia titolando il suo padiglione "A Estridência da luz”,e presentando fotografie di Louiz Braga e dipinti di Delson Uchôa. Quest’ultimo presenta tele di grande formato che raggiungono anche i 10 metri di altezza. Hanno colori timbrici, saturi, sgargianti, talvolta fluorescenti, e motivi decorativi fluttuanti tra l’arazzo e l’optical. Le opere di Uchôa sono frutto di una costante e approfondita rielaborazione; per impossessarsi della luce accecante e dei colori vividi di una delle regioni più estreme del Brasile.
Braga invece è un fotografo che ha studiato architettura e Uchôa, e che indaga i contrasti cromatici, allo scopo di ricreare le luci e i colori di una regione molto diversa dal famoso e tradizionale asse Rio de Janeiro-San Paolo.
Ma decisamente disarmante e a tratti commovente, per me, per il mio sguardo stupito, per la mia sensibilità è stato il titanico ed intimistico mondo presentato dall’Egitto.
Il ritmo stesso della vita egiziana si distingue qui in maniera del tutto peculiare, specifica. Un ritmo permeato di sperimentazioni e compenetrazioni infinite tra il momento attuale e quello passato. Arriva, allo spettatore sovrastato, una folata di energia creativa, intima e violenta. Un’energia collettiva che secoli fa ha saputo diventare un vero e proprio riferimento per l’intera umanità. L’Egitto ha sempre posto la creatività al servizio di realizzazioni spirituali e monumentali, e anche in questa occasione la monumentalità dell’arte egiziana non viene meno. È però caratterizzata da una nuova fragilità. Una leggerezza delicata.
Titaniche presente intrecciate nella paglia accolgono in fila lo spettatore che si addentra nello spazio del padiglione. La grandezza si unisce alla debolezza. Possenti come colossi, queste presenze si inchinano in un saluto rispettoso, offrendo comunque una percezione di tenerezza e duttilità.
Dal cuore della vita quotidiana, quindi, queste sculture di Ahmed Askalany si alternano ai dipinti, sempre titanici, di Adel El Siwi, in cui emerge la medesima monumentalità, in un misto di eroicità e leggerezza.
E per concludere, cari lettori… giochiamo in casa!
Il Padiglione Venezia, cui si accede da una ampia gradinata nel verde, presenta contemporanei e innovativi artisti del vetro, in una rassegna dal titolo caldamente poetico: "...Fa come natura face in foco”.
La mostra ha come obiettivo quello di riprendere i fili della grande tradizione dell’arte vitrea veneta, sottolineandone la sempreverde capacità di rinnovamento stilistico. L’adesione a un mondo di antica sapienza continua infatti ad improntare l’attività di molti autori, non solo italiani. Tra questi: Cristiano Bianchin, Alessandro e Laura Diaz de Santillana, Yoichi Ohira, Ritsue Mishima, Maria Grazia Rosin, Lino Tagliapietra. Al centro, un omaggio a Toni Zuccheri, recentemente scomparso.
Nel giardino esterno, ioltre, è visibile una grande e vivace installazione di Dale Chihuly, realizzata appositamente per la Biennale.
Volete sapere cosa vi aspetta nella sede espositiva dell’Arsenale?
Volete scoprire chi espone al Padiglione Italia?
Aspettate il reportage “terza tappa”, che realizzerò tornando in loco a settembre inoltrato.