Victor Vasarely, il Padre dell'OP arte in Mostra alla Galleria d'Arte il Castello (Mi).
Recensione di Giovanna Lacedra del 8 dicembre 2009
Il percetto non viene a raccogliersi sulla retina;
non si ferma nitidamente sul nostro campo visivo.
Non è quiete. È azione.
Non mero godimento estetico. Ma provocazione.
Il percetto scherza con l’occhio. Lo seduce, lo stuzzica.
Avanza e retrocede, in una forma che cambia forma.
Si gonfia e poi sgonfia.
E’ concavo e poi convesso.
Si tende o è genuflesso.
È un’entità viva e ammiccante.
Il percetto vibra.
Pulsa. Fa.
Ed è… forme mutevoli. È movimento nella bidimensionalità.
È inganno e astuzia. È scaltra provocazione.
È cinetismo nella stasi, sul più tradizionale dei supporti: la tela.
Il percetto è reso elastico e fremente da reticolati geometrici,
da forme precise e cromie digradanti.
Il percetto è un’onda di gradazioni cromatiche e tonali.
È una danza perpetua. Una spinta insistente.
È un’instabile attesa.
Qualcosa fermerà qualcosa?
Probabilmente no.
Perché la scommessa di Vasarely nasceva appunto qui, in questa possibilità di rendere l’opera d’arte dinamica e riproducibile, espansa e ricreabile…
“..l’avvenire ci riserva la felicità della nuova bellezza plastica mutevole e commovente..”
(Manifeste Jaune - 1955).
L’avvenire.
Una sorta di orizzonte utopico.
Un desiderio inafferrabile, per lui, che soleva ripetere - e ripetersi - di esser nato nel secolo sbagliato. Troppo presto per poter dare piena vita e piena forma alla sua concezione dell’arte. Troppo presto per poter vedere realizzata la sua idea di arte mutevole e capace di forgiarsi elasticamente sulle trasformazioni della società.
“Mi figuro che intere mostre saranno semplicemente proiettate su parete. Avendo a disposizione le diapositive delle principali opere d'arte, potremmo organizzare ovunque senza grande fatica e dispendio di denaro gigantesche esposizioni. Sarebbero sufficienti pochi giorni per inviare tutta una retrospettiva in un pacchetto postale in qualunque punto del globo.” (Vasarely - 1985)
L’avvenire.
Era meta delle sue sperimentazioni artistiche.
Sperimentazioni forti di quell’idea di base dell’astrattismo, secondo la quale la bellezza universale è raggiungibile unicamente attraverso un’armonia di forme semplici e colori elementari.
E così, Victor Vasarely, dopo un breve periodo di adesione al movimento De Stijl di Mondrian, scelse Parigi per dar voce alle sue idee.
Era il 1930.
Le sperimentazioni con la forma e con il colore avanzarono inarrestabili, nonostante le tensioni politiche e culturali. Neppure gli orrori della seconda Guerra Mondiale frenarono e inibirono l’ottimismo con cui Vasarely assecondò la sua ambizione, quella di rendere possibile un linguaggio pittorico-plastico astratto in grado di rivelarsi universale, soprapersonale e soprattutto chiaro e variopinto.
Un linguaggio allegro. Condivisibile. Ottimista. Non più statico, ma dinamico. Cinetico. Non più soggettivo, dai contenuti intrinseci e talvolta annodati su se stessi, ma oggettivo.
Un linguaggio pittorico in cui i giochi percettivi potessero divenire luogo di incontro tra artista e fruitore.
Comunione .
Nel mondo e nell’arte.
Nel mondo, attraverso l’arte.
Questo era il suo alto sogno.
Per Vasarely dipingere illusioni ottiche era come ambire ad una “visione utopica di una futura società collettiva, in cui la formazione e gestione in comune dei sistemi visivo-plastici dei segni annunciavano l’alternativa di una vita comunitari , della creatività collettiva e della democratizzazione dell’arte…” (Lorand Hegyi)
Correva l’anno 1950 quando la sua ricerca pittorica fu battezzata con il nome di Op-Art (Optical Art).
La freccia andava scoccata non più al cuore, ma alla retina del fruitore.
Le forme geometriche, pervase di illusorio dinamismo, nascevano sulle sue tele prima nella bicromia del bianco e nero, successivamente nei passaggi di gradazioni cromatiche tra colori primari e scaturenti colori secondari.
Arrivarono poi le gradazioni tonali ad arricchire questo sempre più caleidoscopico repertorio di inganni percettivi.
È solo colore ad olio steso sulla tela.
Eppure …si muove!
La sua indagine si incentrò sulle infinite possibilità che il colore ha di shockare la retina del fruitore.Egli stesso dichiarò: “La posta in gioco non è più il cuore, ma la retina, e l'anima bella ormai è divenuta un oggetto di studio della psicologia sperimentale…”.
Un alfabeto pittorico-plastico, cinetico e sbalorditivo, quello di Vasarely, fruibile oggi e fino al 30 gennaio 2010, in una preziosa rosa di opere - 25 per la precisione -, di medie e grandi dimensioni, raccolte nello spazio espositivo della Galleria d’Arte Il Castello, in via Brera 16 a Milano.
La mostra, titolata “Victor Vasarely: l’utopia dell’allegoria o l’allegoria del decoro”, è integrata e corredata da un catalogo completo di tutte le foto a colori delle opere esposte oltre che da importanti citazioni dell’artista stesso, e tratte dal celebre “Manifeste Jaune”, pubblicazione del 1955 che, sconquassando gli animi, determinò un importante momento di affermazione dell’artista nel panorama dell’arte post-bellica.
Creando, rendendo cinetico il colore, sperimentando…Vasarely sognava di migliorare il mondo.
L’arte avrebbe potuto certamente trascendere il puro godimento estetico. Sarebbe diventata zona di condivisione. Un incontro capace di migliorare la vita quotidiana.
E proprio tra le pagine del “Manifeste Jaune”, il padre dell'Optical-Art dichiarò:
“Essendo la sensibilità una facoltà propria dell’umano, i nostri messaggi raggiungeranno certamente i comuni mortali attraverso la via naturale della sua recettività emotiva. In effetti noi no possiamo lasciare indefinitamente il godimento dell’opera d’arte alla sola élite di appassionati. L’arte presente si incammina verso dele forme generose, riproducibili a piacimento, l’arte di domani sarà un tesoro comune, o non sarà…”
VICTOR VASARELY, L’UTOPIA DELL’ALLEGRIA O L’ALLEGORIA DEL DECORO,
Galleria d’arte Il Castello, via Brera 16, Milano.
Fino al 30 gennaio 2010.
Da martedì a sabato: 10.00-19.00; lunedì 15.00-19.00.
Per info: www.ilcastelloarte.it