Il restauro alla Pinacoteca Brera ( Milano)
Si apre con i celebri “Uomini d’arme” di Donato Bramante - affreschi realizzati sulle pareti della Casa della Panigarola a Bergamo e successivamente “staccati” da abili restauratori - , il percorso espositivo della storica Pinacoteca di Brera, che quest’anno compie due secoli.
Monumentali figure maschili, inserite in nicchie semicircolari ad effetto illusionistico, rinascimentalmente protagoniste dello spazio entro il quale si collocano; uomini dalle anatomie possenti e tornite, realizzati su evidente influenza mantegnesca, ci accolgono ed istradano in un appassionante percorso che si snoda, di corridoio in sala, attraverso sei secoli di storia della pittura Italiana.
Polittici dalle cuspidi gotiche laboriosamente intagliate, e tavole lignee con fondi oro tipicamente trecenteschi, si avvicendano lungo le prime salette del percorso. Poi, varcando la soglia dell’ultimo ambiente dedicato al Medioevo, un fluire di opere quattrocentesche attende il nostro sguardo. Sono alcune tra le più alte e più importanti del Primo Rinascimento.
E basta varcare quella entrata perché il nostro campo visivo registri inaspettatamente una delle “prime volte” più sorprendenti della storia dell’arte:“Il Cristo Morto” di Andrea Mantegna. Un ritratto del Salvatore in cui la rigidità monumentale dei lineamenti è violentemente evidenziata dallo scorcio ardito. E d’improvviso siamo spettatori del trapasso: noi, ai piedi di quel letto di marmo.
Il percorso si sgroviglia passando per eccezionali rarità quattro-cinquecentesche, quali: La Pietà di Giovanni Bellini, alcune tele di Vittore Carpaccio, la Predica di San Marco in Alessandria di Gentile e Giovanni Bellini, il Ritrovamento del corpo di San Marco di Tintoretto, varie opere di Veronese… e così via.
Passando per la sezione dedicata al paesaggismo di epoca Napoleonica del romanticsta italiano Marco Gozzi, che eredita l’impostazione seicentesca di Poussin, si attraversa poi un corridoio sinusoidale, interamente dedicato all’arte moderna, e che vede spiccare nomi come De Pisis, Modigliani e De Chirico.
Ma è in una delle ultime salette della Pinacoteca che vibra la grandiosità dell’arte Rinascimentale Italiana. Ed è qui che, accecanti e suggestionanti, esplodono di nuova luce, di nuova vita, e di nuova energica accensione, i colori ritrovati de “Lo Sposalizio della Vergine”, celebre opera di Raffaello Sanzio.
Giorgio De Chirico la considerava una delle opere più enigmatiche della storia dell’arte.
Senza dubbio è una delle più incantevoli.
Oggi, ritrovato il suo splendore, pregna di un vivido misticismo, l’opera troneggia al centro di una parete bianca, come fosse una timida regina. Accanto a lei, posti sulle pareti laterali, altri due ineguagliabili diamanti del Rinascimento Italiano: il “Cristo alla colonna” di Donato Bramante, e la meravigliosa ed ipnotica “Pala di Montefeltro” o “Sacra Conversazione” di Piero Della Francesca.
Entrare in questa saletta vuol dire perdersi… e restare, per qualche istante, senza fiato.
La bellezza sfianca. La storia investe. Il Rinascimento diviene Eterno Presente.
La fissità monumentale e metafisica dell’opera di Piero, in cui i personaggi hanno la consueta
espressione impassibile e pensosa, rimarcata dall’assenza di movimento, e il lirismo coagulato nello sguardo del Cristo di Bramante, risultano alquanto scompaginanti…
Ma lei… lei, così vivida, così timbrica, così spettacolarmente redenta dalla patina del tempo…lei, la tavola su cui Raffaello ha, nel 1504, dipinto il matrimonio di Maria, futura madre del figlio di Dio, e Giuseppe - ambientandolo in una tipica piazza da “città ideale”, con un tempio a pianta centrale quasi gemello a quello realmente edificato da Bramante in San Pietro in Montorio a Roma - lei, realmente, nobilmente, poeticamente, toglie il fiato.
Sì. Toglie il fiato l’immagine dei due sposi uniti in matrimonio dal Sommo Sacerdote - che indossa come da tradizione, l’abito rituale completo di copricapo - presso il tempio di Gerusalemme (inverato dal tempietto bramatesco posto sullo sfondo, al centro di una piazza in cui la precisione della prospettiva lineare brunelleschiana è leggibile attraverso il disegno pavimentale); toglie il fiato l’esile fioritura del bastone di Giuseppe, da tale segno designato al ruolo di pretendente prescelto; toglie il fiato la rabbia generata dalla sconfitta, espressa dagli altri pretendenti posti lateralmente al prescelto, che nella delusione spezzano il bastone scevro di ogni possibile fioritura.
“Lo Sposalizio della Vergine”, restaurato durante l’anno 2008, in occasione del Bicentenario della Pinacoteca di Brera è stato ricollocato nel luogo espositivo di sempre.
La sua storia e il restauro appena avvenuto, vengono dettagliatamente descritti attraverso una videoproiezione, le cui immagini corredate da testi scorrono sulla parete di fronte all’opera stessa.
Il visitatore può così scoprire tutti i segreti relativi al dipinto, può setacciarlo sia dal punto di vista storico che da quello esecutivo; può conoscerne l’impianto compositivo, la tecnica adoperata da Raffaello, gli interventi di restauro precedentemente svolti e le operazioni eseguite invece di recente.
L’opera è stata dipinta su un supporto ligneo costituito di sette assi orizzontali, originariamente sostenuti da due traverse verticali. La superficie sulla quale fu poi dipinta l’opera venne preparata col classico impasto di gesso e colla animale, e su tale superficie Raffaello realizzò il disegno preparatorio. Un disegno di alta precisione, eseguito con un pennello e che dimostra una straordinaria sicurezza nella mano dell’artista, poiché l’indagine analitica pre-restauro a raggi infrarossi ha rilevato pochissimi ripensamenti e correzioni.
La composizione è di una semplicità apparente. In verità il lavoro è assai complesso. L’impianto prospettico, ad esempio, è di impronta pierfrancescana. Inoltre, dall’indagine preventiva è emerso che l’architettura del tempietto a pianta centrale è stata incisa sulla base in gesso, mediate una punta metallica.
Il dipinto è stato realizzato ad olio.
Pare che Raffaello abbia risolto gli incarnati carezzando la superficie della tavola con pennellate di colore diluito, steso per velature nelle zone più chiare, e dato più pastoso nelle zone ove le tonalità si scurivano. I personaggi in primo piano sono stati descritti minuziosamente con la tecnica del tratteggio per i particolari, mentre le figure poste sullo sfondo sono state costruite da rapidi tocchi di colore.
L’oro è stato utilizzato in foglia per eseguire alcun decori delle vesti, e in polvere (steso con un pennello molto sottile) per le aureole.
Tutti questi dettagli sono emersi in seguito alle analisi preventive.Quelle stesse analisi che hanno permesso di capire quali siano state le modifiche apportate alla tavola, durante i precedenti interventi di restauro.
L’intervento di restauro appena ultimato, infatti, non è certo il primo cui l’opera è stata sottoposta. Il precedente più importante fu senz’altro quello eseguito proprio a Brera, nel 1858,
dal pittore romantico e restauratore Giuseppe Molteni. Questi individuò a sua volta tracce di un anteriore rifacimento, risalente con buone probabilità al Settecento.
Sembra che Molteni abbia raddrizzato il supporto, sostituendo le due traverse poste sul retro della tavola, e aggiungendone una terza esattamente al centro. Inoltre, pare abbia coperto il retro con una mano di bianco di piombo ed olio.
Nel 1958, poi, l’opera fu colpita con una punta metallica da un vandalo fuori di senno, e tale aggressione causò infossamenti della superficie pittorica, oltre a gravi cadute di colore. Per questa ragione quello stesso anno venne praticato un intervento di urgenza, affidato a Mauro Pelliccioli , il quale si limitò alla stuccatura e all'integrazione dei danni procurati da quel folle gesto.
L’ultimo intervento è stato invece svolto a causa della presenza disturbante, per la buona fruizione dell’opera, di alcune ridipinture risalenti a precedenti restauri e che ne avevano alterato la bellezza originaria, oltre al rinvenimento di una patina dovuta alla contraffazione di alcune vernici, che aveva ormai rabbuiato il timbro cromatico.
Il restauro è stato ovviamente preceduto da indagini analitiche preliminari: più precisamente sono stati eseguiti tre prelievi per individuare le integrazioni precedenti ed analizzare i materiali dei quali è costituito.
Le indagini sono state svolte dai restauratori mediante microscopio ottico e luce ultravioletta. Si è trattato unicamente di indagini non invasive, ovverosia svolte senza prelevare campioni di materiale.
Il Laboratorio Fotoradiografico della Soprintendenza ha realizzato analisi mediante fotografia a luce diffusa, radente, macro-fotografia, fotografia in luce ultravioletta (UVF), fotografia digitale in infrarosso (IR), infrarosso colore (IRC), radiografia (RX,) fluorescenza x, colorimetria, spettrometria in riflettanza.
Queste indagini hanno messo in evidenza anche zone di sollevamento della pellicola pittorica.
E’ stato inoltre creato un vero e proprio rilievo che mettesse in evidenza la reale mappatura del degrado, così da poter intervenire in maniera precisa.
Gli interventi di restauro successivi all’indagine hanno permesso di:
• Consolidare alcuni piccoli sollevamenti della pellicola pittorica
• Realizzare la pulitura per eliminare le vernici ossidate, mediante il graduale assottigliamento delle sostanze soprammesse e l’utilizzo di specifiche miscele solventi applicate a tampone o in gel con pennello
• Liberare il cielo dalle patinature e dagli spessi strati di vernice.
• Fare in modo che le figure, l’architettura e nel paesaggio recuperassero i rapporti
cromatici equilibrati, sempre mediante pulitura e intervento minimo.
• Recuperare la cornice disinfestandola. Per farlo è occorso sigillare l’opera in un contenitore nel quale è stato messo dell’azoto al posto dell’ossigeno per eliminare tutti gli insetti nocivi
• Pulire la cornice mediante il laser rimuovendo le patine senza un intervento diretto sulla superficie, raggiungendo anche le cavità più nascoste dell’intaglio
• Rimuovere i rifacimenti mal conservati, che sono stati sostituiti da calchi eseguito con materiale in uso nella pratica odontoiatrica
• Patinatura delle parti aggiunte alla cornice , per far sì che queste si armonizzassero con le tonalità della finitura originale
• Restituire leggibilità all’opera nei suoi originali valori cromatici
Passo dopo passo, il miracolo è stato compiuto. L’esplosione cromatica de “Lo Sposalizio della Vergine”, attende i vostri occhi, increduli e sedotti. Dalla bellezza e dalla storia.
Quando la bellezza ci giunge dal passato, eppure sembra sia stata partorita ora.

