Il Museo Archeologico Nazionale conserva ed espone le testimonianze archeologiche ritrovate nella provincia di Ferrara, prime tra tutte quelle di Spina che, tra il VI e il III sec. a.C., rappresentò uno dei centri focali della regione. Nelle sale del Museo attualmente aperte al pubblico sono visibili alcuni dei corredi ritrovati nelle necropoli della città (necropoli di valle Trebba e di Valle Pega), ovvero i gruppi di oggetti -talora veramente impressionanti per bellezza e ricchezza- che accompagnavano il defunto nel viaggio verso l'oltretomba. Tra tali oggetti e manufatti, l'elemento più rilevante è costituito dalla ceramica attica figurata che, nelle ripetute associazioni funzionali che ruotano attorno al cratere, evoca principalmente (e soprattutto nelle sepolture di rango) i rituali del convito e del simposio.
L'area di controllo, o di semplice dominio, degli Etruschi in Italia settentrionale si sviluppò in due direzioni. La prima verso i valichi alpini che consentivano le relazioni con il centro Europa; l'altra verso il mare Adriatico, in particolare verso il delta del Po, tradizionale area di approdo e scambio della navigazione mediterranea in particolare di quella greca.
La città di Spina fu fondata poco prima della fine del VI secolo a.C. La sua posizione -allora situata alla confluenza di vie di comunicazione fluviali, marittima e terrestri (Reno, Po e Adriatico)- la rendeva il luogo ideale per la fondazione di un porto-emporio
I rapporti con il mondo greco e l'Attica durarono a lungo e senza avvertire quella crisi del mondo etrusco che segnò l'inizio del IV secolo a.c. quando le tribù galliche scesero nella pianura padana. Il tramonto ci fu solo nel corso del III secolo, quando a un assedio dei Galli si associò la difficoltà ad aprirsi uno sbocco diretto al mare. Fino alla soglia del I secolo a.C. Spina sopravvisse solo come un piccolo villaggio.
La città sorse sulla sponda destra del Po, sfruttando la irregolare conformazione di un dosso di modesta estensione che dobbiamo immaginare emergere, forse affiancato da nuclei minori, all'interno dell'ambiente lagunare. Imponenti palificate ne rinforzavano il perimetro, pali infissi nell'argilla, travi di fondazione, fascine, canne, corteccia bonificavano e consolidavano il suolo su cui si innalzavano le abitazioni, il cui elevato era costituito da una intelaiatura di legno e da argilla pressata. I coperti erano altrettanto leggeri. Canali e vie, alcune delle quali acciottolate, si intersecavano tra questi edifici, i quali probabilmente nel corso dell'avanzato V sec. a.C. vennero rimodellati secondo un impianto che dette alla città un regolare assetto ortogonale. L'aspetto fragile e modesto delle costruzioni, abbattute e rialzate più e più volte anche perché frequenti dovevano essere le esondazioni e gli incendi, è la nota dominante della città, la cui conoscenza è peraltro limitata a quartieri abitativi e ad alcune zone commerciali, né esprimeva alcunché di monumentale.
E nulla di monumentale caratterizzava la necropoli che, pochi chilometri ad oriente del centro abitato, si estendeva sulle dune sabbiose prossime al battente marino, quelle dune a sviluppo Nord-Sud tra cui si incuneava il ramo Spinete del Po e che il fiume stesso aveva formato.
Nel sepolcreto, il duplice rituale della cremazione e della inumazione portava a interrare i defunti in fosse a volte contraddistinte da un segnacolo tombale anepigrafe in marmo o calcare (cippi, colonnette, più frequentemente ciottoli fluviali); soltanto la dimensione un poco più ampia della fossa e il numero o il pregio degli oggetti che accompagnavano il morto nel suo viaggio verso l'Oltretomba oppure che ne adornavano le vesti o il corpo segnano quel discrimine di censo e ricchezza che in altri siti si estrinsecava in un apparato esterno magniloquente.
Menzionato da numerose fonti latine e greche, il sito di Spina fu individuato solo nel 1922 quando i lavori di bonifica della Valle Trebba portarono in luce i primi oggetti attribuiti alla necropoli della città etrusca. Gli scavi recuperarono 1213 tombe, a cui se ne aggiunsero altre 200 circa venute in luce tra il 1962 e il 1965. Negli anni '50, il prosciugamento di Valle Pega, a sud di Valle Trebba, evidenziò la presenza di un altro settore di necropoli ricco di 2650 tombe.
La zona dell'abitato fu messa in luce negli anni '60 durante la bonifica della Valle del Mezzano.
Martedì - Domenica dalle 9.00 alle 14.00
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Museo Archeologico Nazionale
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