Roncade (TV). Al New Age Club, è la sera dei Mudhoney, punk-rock band di Seattle. Loro sono stati il primo gruppo lanciato dalla storica etichetta Sub Pop a essersi messi in luce alla fine degli anni ’80 e primi anni ’90. Avevo 19 anni la prima volta che li ascoltai. Se allora mi avessero detto che a 32 avrei assistito a un loro concerto dal vivo e che li avrei perfino intervistati, non ci avrei creduto. O forse mi sarei goduto di più l’attesa.
Fin da quando m’imbattei nella scena musicale della città nel nord-ovest americano, ebbi sempre l’impressione che fossero persone molto semplici. Merito della loro musica. Merito del loro modo di vestirsi sul palco, identico a come vivono la loro vita. Seattle è stata una realtà particolare, dove si vedevano i Pearl Jam suonare indossando maglie dei Soundgarden, i Nirvana con quella dei Mudhoney, etc. Si conoscevano tutti. Non c’era rivalità. C’era amicizia.
E quando me li trovo davanti, l’impressione conservata in tanti anni trova finalmente conferma. Con la collaborazione di Andrea Zamboni, scambio qualche "chiacchiera" con il cantanate/chitarrista Mark Arm e l’altro chitarrista Steve Turner. Entrambi molto cordiali e disponibili (gli altri due componenti sono Guy Maddison al basso e Dan Peters alla batteria). I quattro ragazzi sono in tour per promuovere l’ottavo album “The lucky ones”.
Ma chi ci sarà questa sera? Nostalgici trentenni che non sanno che farsene dell’hip-pop moderno, o ci saranno anche scatenati adolescenti? Giro la domanda ai diretti interessati. “Ai nostri concerti vengono i migliori fan in assoluto” risponde soddisfatto Mark. “Abbiamo visto anche genitori con figli ai nostri show” aggiunge Steve “però non sappiamo se entrambi fossero nostri fan. A ogni modo, ai nostri show vediamo moltissimi giovani”. In questa tappa, di esponenti di verdi generazioni, ce ne sono pochi. Navigate camice a quadri rispuntano invece addosso a più di una persona.
Inizia il concerto. La risposta del pubblico si fa subito sentire. I primi tre pezzi sono canzoni recenti, poi Mark, che si agita indiavolato sul palco ricordando il mitico leader degli Stooges, Iggy Pop, prende la chitarra e partono le prime note di "You got it (keep it outta my face)", una delle canzoni più vecchie dei Mudhoney, e più amate dal pubblico. E’ delirio.
Nelle prime file inizia un pogo forsennato, che non si placa in nessuna delle canzoni successive. Da "Suck you dry" e "Blinding sun" (entrambe tratte dall’album Piece of cake, 1992), per poi passare a "What moves the heart" (My brother the cow, 1995), ritornando agli albori con "Sweet Young Thing Ain’t Sweet No More", e "Judgment, rage, retribution and Thyme" (1995).
Per non rischiare di essere trascinato chissà dove dalla folla che spinge/balla, mi tengo ben stretto alla ringhiera con la mano libera (nell'altra ho la macchina fotografica). Poi è il momento di uno dei cavalli di battaglia più importanti della band: "Touch me I’m sick". Un vero inno generazionale alla pari di "Losing my religion" (R.E.M.) o "Smells like teen spirit" (Nirvana). Non per niente fu quella la canzone che il regista Cameron Crowe scelse come pezzo simbolo per i Citizen dick, nel film Singles (1992), dove la nascente scena musicale di Seattle si stava affermando.
Ancora dall’album del ’94, F.D.K. (Fearless Doctors Killers), qualche nuovo pezzo e poi, dopo più di un’ora di sudata adrenalina, arriva l’ultimo pezzo prima dei tre bis. Un altro cavallo di battaglia. Un vero urlo punk che non si smetterà mai di ascoltare: "Hate the police".
Compero la locandina del concerto ed esco dal locale, ancora con le orecchie traboccanti di decibel. Sento la pioggia che ticchetta la mia giacca. Non ho molta voglia di parlare. Assaporo l’attimo. Imparo da quanto vissuto. E mi godo il momento, così come i prossimi. In attesa del nono album dei Mudhoney, del loro nuovo passaggio in Italia.
- Judgement, Rage, Retribution And Thyme - Mudhoney da You Tube