Una band votata alla propria strada, riluttante al successo e ai prodotti preconfezionati. Un gruppo che ha scritto e sta scrivendo pagine importanti di storia della musica, contraddistinta da scelte coraggiose. Dal mettersi contro la potentissima Ticketmaster al rifiuto di fare video (a parte qualche rarissima eccezione) già dopo il primo album e tagliare così i ponti con MTV, ormai lontana parente dell'emittente televisiva, innovativa e multi-musicale, che è stata fino a metà inizio anni '90.
Loro sono i Pearl Jam da Seattle. Uomini con una coscienza sociale prima ancora che musicisti. Fra le tante battaglie portate avanti, di recente si sono uniti (in compagnia di R.E.M., Trent Reznor, Steve Earle e molti altri) alla “National Campaign to close Guantanamo” per fare pressione sul presidente statunitense, Barack Obama, affinché chiuda quel vergognoso campo di detenzione situato all'interno della base americana nella Baia di Guantanamo (Cuba).
Il 20 settembre scorso è uscito il loro nono album. “Backspacer”. I musicisti sono sempre loro. Eddie Vedder (voce, chitarra), Stone Gossard (chitarra), Jeff Ament (basso), Mike McCready (chitarra) e Matta Cameron (batteria, dal 1998). Quest'ultimo è l'unico che non c'è dagli esordi, ma considerarlo l'ultimo arrivato sarebbe un peccato imperdonabile. Matt sedeva dietro ai tamburi di un'altra delle più grandi band del nord-ovest americano, i Soundgarden (di cui c'è odore di reunion nel 2010). Aveva già provato l'ebbrezza di suonare con i Pearl Jam all'inizio della loro carriera (1990), quando diedero vita, proprio insieme al cantante dei Soundgarden, Chris Cornell, al progetto musicale “Temple of the dog”, album tributo a Andy Wood (1966-1990), cantante dei Mother Love Bone (dove militavano Jeff e Stone prima di formare i Pearl Jam).
Backspacer è veloce. 36 minuti in tutto. Le prime tre canzoni (Gonna see my friend, Got some, The fixer) sono rock con venature punk. Per trovare un po' di quiete bisogna arrivare alla quinta traccia: "Just breathe". La prediletta delle radio, e che, insieme a "Speed of sound", strizza l'occhio alla colonna sonora del film “Into the wild” (2007, di Sean Penn), realizzata proprio da Eddie Vedder. Chiusura affidata a “The end”. Una delicata ballata da cui sembra emergere, nella penombra della sala di registrazione, il ghigno acustico a sei corde di Neil Young.
Se già con Ten (1992) e Vs (1993), la band americana aveva dato un assaggio del loro attaccamento al vinile e al suo formato, a partire da Vitalogy (1994, dove c'è proprio una dichiarazione d'amore all'antico con la canzone Spin the black circle e non solo), i booklet dei Pearl Jam hanno cominciato a diventare pezzi da collezione per originalità e materiale. Ne è stato contagiato anche “Sua Maestà” Neil Young, quando li ha chiamati per suonare nel suo "Mirror ball" (1995). Il cd era tutto realizzato in cartoncino. "No code" (1996) ha visto una serie di diapositive scattate da Jeff con scritti dietro i testi delle canzoni, e così via via gli altri (con "Yield" addirittura in edizione speciale per l'Italia con le traduzioni dei testi dentro) si sono sempre distinti in originalità.
Un lavoro quest'ultimo, Backspacer (il tasto della macchina da scrivere che manda a capo) prodotto da Brendan O'Brien (uno dei più grandi produttori discografici che ha lavorato con Red Hot Chili Peppers, Stone Temple Pilots, AC/DC, Offspring, Bruce Springsteen, etc., e già con i PJ per Vs, Vitalogy e No code), dove c'è una netta prevalenza compositiva di Eddie Vedder. Delle undici tracce infatti, oltre ad aver realizzato tutti i testi, il surfista originario di San Diego è anche autore di quasi metà delle musiche. Il resto degli spartiti sono Got some (Ament), The fixer (Gossard, Ament, Cameron), Johnny Guitar (Gossard, Cameron), Amongst the waves (Gossard), Supersonic (Gossard), Force of nature (McCready).
Guardo il cd. C'è il mondo artistico del celebre fumettista Tom Torrow che voglio decifrare. La copertina sono nove immagini con al centro un cervello collegato a dei fili. A chi o cosa sarà unito? Per scoprirlo basta aprire il cd: la risposta sono le teste dei cinque componenti della band. Se nel loro disco d'esordio, le cinque mani si toccavano unite verso il cielo, qui abbiamo le menti. Le immagini iniziali vengono poi riproposte dentro più grandi, alternate ai testi, e figure di varie dimensioni. La più interessante è una sorta di Polifemo delle nevi pronto a scagliare per terra un televisore.
Il finale è una simpatica sorpresa che tiro a indovinare: i musicisti (e il tastierista Kenneth “Boom” Gaspar) da piccini. A ciascuno il compito di collegare foto a nome. In attesa di vederli dal vivo (per il momento sembra difficile nel 2010), consoliamoci con Backspacer...“Che cosa sognano i detriti di cristallo?...nella polveriera dei principi 'abbandonati il doppio occhio del mio cuore non si è detto asserragliato sulle colline lontane dalle loro paure…all'ombra della mia sagoma sprizzo parole d’ipotesi conficcate...se possibile, sono ancora meno sofisticato e più digrignante”.
...a breve, la recensione completa di "Backpsacer".
The Fixer, live Austin City Limits - Pearl Jam da YouTube
Pubblicato il: 18-11-2009 (Luca Ferrari)
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