La purezza diventa vanità. L’ingenuità si fa potere. Lo sguardo diventa dannazione. Le cicatrici si mimetizzano con carezze di sangue nascoste. Il romanzo del passato, tragico veggente della schiavitù mentale del presente. Venerdì 27 novembre, è uscito sul grande schermo, Dorian Gray (113’, drammatico), di Oliver Parker, distribuito dalla Eagle Picture.
Dorian Gray (Ben Barnes, l’affascinante Principe Caspian nel secondo capitolo della saga delle Cronache di Narnia) è un giovane ingenuo che fa ritorno nella casa del nonno, dopo che questi è spirato. A fargli da guida nella metropoli è dapprima il pittore il pittore Basil Hallward (Ben Chaplin, il John di Birthday girl a fianco di Nicol Kidman), e soprattutto il cinico Sir Henry Wolton, il cui volto è dato dal sempre bravo Colin Firth (L’importanza di chiamarsi Ernest, Love actually, Bridget Jones).
Nell’alta società sono tutti stregati dalla bellezza di Dorian, e Basil lo vuole dipingere a tutti i costi. Ne fa un capolavoro. Ma da un discorso come tanti, il giovane Gray ammette con candore che sì, venderebbe la sua anima in cambio della gioventù eterna. Il film, tratto dall’immortale romanzo di Oscar Wilde, “Il l ritratto di Dorian Gray”, colpisce non poco per la contemporaneità del messaggio .
Dorian si fa trascinare da Henry nei vizi e nella passione di lussuriose prostitute. Ma come spesso succede, l’allievo supera il maestro. Se i lineamenti dell’amico più anziano non solo cedono al tempo, ma la società stessa che disprezza lo porta a rinunciare a un viaggio per la nascita del figlio, Gray esplora, conquista e gode. E fa soffrire. Intanto però, il dipinto cambia volto. E ogni peccato commesso, ogni ora in più trascorsa, si riflette sul suo ritratto lasciandolo nel reale, intatto. Un fresco ventenne.
Quando Dorian fa ritorno in Inghilterra, è ancora bello come il giorno del suo arrivo, e puro (nell’aspetto). Le voci però iniziano a circolare. Perchè non invecchia mai? Ma tutta l’ipocrisia colpirà anche Sir Wolton, bravo a plasmarlo secondo le sue idee, ma riluttante nel vedere che la sua creatura finisca nelle braccia della figlia Emily, interpretata da Rebecca Hall (la Vicky di Vicky Cristina Barcelona).
Dorian Gray, metafora del contemporaneo dove si cerca con frenesia la ricetta per fermare il tempo e mantenere intatta la bellezza giovanile. Non servono forse a questo la liposuzione, le creme per ringiovanire e tutto quella martellante pubblicità (diretta e indiretta) che c'impone che possiamo (e dobbioamo?) far tornare indietro le lancette dell’orologio?
“Hai le sole due cose che vale la pena avere: bellezza e giovinezza” dice Henry a Dorian all'inizio della storia. Siamo sicuri che nel profondo del nostro io, non la pensiamo anche noi così? Desideri inconfessabili trovano nel conformismo la loro prigione immortale. Dove abbiamo nascosto il nostro dipinto? E tu, sei proprio sicuro/a di non avere già venduta l’anima?