Manchester, 10 marzo 2010. Teatro dei Sogni. Nella gara di ritorno degli ottavi di finale di Champions League, va in scena la Lezione Totale. Il calcio italiano sbriciolato da quello inglese. Nel gioco. Nella modestia. Nel rispetto. Nel pubblico. Un esempio che solo le persone sagge potranno tenere a mente. Il resto continuerà a parlare di arbitri e rigori non concessi.
Fin dalla sconfitta subita nella gara di andata (3-2 per gli inglesi), confesso di essere rimasto esterrefatto dalla supponenza di Leonardo nel dire che sarebbe andato nella tana dei Red Devils a fare l'impresa. A cercarla, certo. È il ct del Milan, ma tutta quella sicurezza, pur spremendomi le meningi, non capivo da dove venisse.
Lì davanti non c'era una squadretta che aveva fatto la partita della vita, ma una portaerei che solo negli ultimi tre anni, oltre ad aver vinto altrettanti campionati inglesi (non esattamente passeggiate di salute), aveva conquistato una Champions League (2008), raggiunto la finale nel 2009 e la semifinale nel 2007.
Sir Alex Ferguson invece, da ventiquattro anni sulla panchina dei Red Devils, durante tutto il pre-partita si è dimostrato presente. Forte. Tattico. Esperto. Conscio di chi aveva davanti (il Milan, non il Cittadella), e per questo attento a non commettere errori.
Ieri sera il Manchester United ha ridicolizzato il Milan (4-0), ma quello l'hanno visto tutti. Non proprio direi, visto che dallo studio di 90° Champions, nell'intervallo, si continuava a ripetere che l'impresa fosse possibile. Sinceramente non capisco basandosi su cosa.
Ma andiamo oltre. Guardavo con ammirazione il pubblico inglese. Composto. Capace non solo di omaggiare alla grande l'ingresso del loro “ex” David Beckham, ma di applaudirlo perfino nel momento in cui tirava un calcio d'angolo, o quando ha impegnato il loro portiere, Van der Sar, con un pregevole destro al volo. Anche a fine partita ha dato una lezione di comportamento alle falangi armate dei nostri stadi.
Fantascienza per il nostro misero calcio che ancora fischia i giocatori di colore, e poi quando qualcuno (Fabio Capello) si permette (…) di dire che i nostri stadi sono in mano agli ultras, si prende anche le critiche...”la verità ti fa male, lo sai”...
Ma veniamo all'hero of the match. Wayne Rooney. Leader. Attaccante. Centrocampista e difensore. Qualche anno fa, per lo spot Joga Bonito (firmata Nike), l'attaccante classe ‘85 originario di Liverpool (che esordì nelle file dell'Everton a 17 anni), durante un allenamento del Manchester, si metteva volontariamente in porta. Dopo qualche pregevole parata, palla al piede, scartava mezza squadra e segnava.
Pubblicità azzeccata per dire che bisogna giocare col cuore, come ricordava nel video un’altra grande bandiera dello United, il francese Eric Cantonà. Wayne sa fare ogni cosa. Il mio personale augurio è che sia lui ad alzare il Pallone d'Oro 2010, coronamento di una grande stagione, e della vittoria in Coppa del Mondo con l'Inghilterra ai Mondiali del Suadfrica 2010.
E mentre ieri sera il Manchester faceva polpette del Milan, riflettevo su un'altra considerazione. Nelle società inglesi (e spagnole) i giovani vengono fatti crescere (basti pensare che Scholes e Neville sono entrati nei pulcini del Manchester nell'85). In Italia i giovani vengono sbolognati nelle squadre minori o fatti giocare molto poco, perché bisogna subito vincere, e c'è troppa diffidenza verso di loro (per informazioni, chiedere a Giovinco e Balotelli).
Il Barcellona campione d'Europa fa esordire diciottenni in Champions League, l'Italia va a spendere miliardi per stranieri (spesso datati) ignorando il potenziale casalingo. Metafora perfetta della società (che il calcio rispecchia alla perfezione). I giovani vengono ignorati. Sfruttati. Per lasciar spazio ai dinosauri del sistema. Basta vedere il mondo universitario e politico.
All'Old Trafford non si gioca solo a calcio, s'impara a vivere.
Joga Bonito: Wayne Rooney da YouTube
Pubblicato il: 11-3-2010 (Luca Ferrari)
ALTRI ARTICOLI:Qui troverete altri articoli correlati agli argomenti sotto elencati