Si parte da Firenze. Perché è la prima squadra italiana che si è qualificata agli ottavi di finale della Champions League 2009/10. Perché, al momento dei sorteggi, la davano già per spacciata di fronte ai colossi Liverpool e Lione. Perché ieri la Fiorentina ha centrato la quarta vittoria consecutiva nella massima competizione europea, ritornando agli ottavi dopo dieci anni di assenza.
I Viola venivano dalla cocente sconfitta casalinga patita in campionato contro un Parma arrembante, bravo a sfruttare le amnesie difensive toscane, e trafiggere la porta per ben tre volte. Che uno spicchio di Lione fosse nella testa del team di Prandelli era comprensibile, anche perché un'eventuale vittoria contro i francesi, avrebbe significato qualificazione assicurata.
Così è stato. 1-0. Dopo i pali di Santana e Gilardino, un netto fallo in area sullo scatenato Marchionni, e Vargas ha trasformato il rigore. Brividi solo alla fine, ma in porta c'è Frey a murare la strada delle velleità transalpine. Forse il ct Domenech dovrebbe cambiare lenti d'occhiali, perché come il portiere viola non sia titolare in nazionale, è un mistero.
E adesso? Nell'ultimo match del girone, i Viola se ne andranno in gita ad Anfield ad affrontare un Liverpool già retrocesso in Europa League. Ma non sarà una sfilata natalizia. Vincere in terra inglese, significherebbe arrivare primi nel girone a dispetto del risultato del Lione, e quindi la possibilità non incontrare nel primo turno a eliminazione diretta brutti clienti.
Dove potrà arrivare la Fiorentina? Difficile dirlo. Magari però, col ritrovato feeling con i patron della squadra, Diego e Andrea Della Valle, presenti entrambi ieri sera allo stadio, a gennaio arriverà qualche rinforzo, e forse si comincerà a pensare a qualcosa di più di un piazzamento nella Champions 2010/11. In fin dei conti, sognare fa bene al morale.
Oltre alla Fiorentina, ieri è scesa in campo anche l'Inter. La squadra milanese era arrivata a questo delicato match dopo aver superato il Bologna 3-1. Soliti discorsi presuntuosi del ct Josè Mourinho, certo di sbancare il Camp Nou (esattamente come fece con l'Old Trafford un anno fa) e ormai sempre più in linea con il peggio degli italiani: parlare tanto, e concludere poco.
Per la seconda volta consecutiva, puntuale, l'Inter ha steccato la prova del nome. Bocciata senza appello. Una squadra incapace di proporre qualcosa. Come non è esistito l'anno scorso nella doppia sfida degli ottavi di finale contro il Manchester United, così ha fatto anche quest'anno nella doppia sfida di girone contro il Barcellona. Identici i risultati. Pareggio senza reti in casa, e sconfitta per 2-0 fuori.
Non è plausibile la scusante che la squadra sia debole a livello psicologico. C'erano undici stranieri ieri sera al Camp Nou, quindi gente già abituata a giocare in scenari differenti. È possibile dare dell'inesperto a gente come Samuel, Eto'o, Cambiasso, Zanetti, Maicon, Chivu, Stankovic? No, per niente. Sono campioni. E allora dove sta il problema?
Il Barcellona non ha solo dato all'Inter una lezione di calcio, ma anche di gruppo. La squadra spagnola è scesa in campo senza due personaggi che si chiamano Lionel Messi e Zlatan Ibrahimovic. Ha buttato nella mischia il 22enne Pedro, che ha subito ripagato Guardiola con il secondo e ultimo gol. Una prestazione corale degli spagnoli.
Ultima nota. Prendano carta e penna gli stadi italiani. Il pubblico catalano ha omaggiato l'avversario Samuel Eto'o, fino all'anno scorso in forza all'attacco blaugrana. In quanti dei nostri stadi sarebbe successo? Adesso l'Inter si gioca tutto a San Siro contro il Rubin Kazan. Certo se fornirà prestazioni simili, il traguardo finale resterà meno di un miraggio.